Il mio cuore è un masso antico

di delicato vetro e poesia.

I suoi riflessi ricordano la mia fragilità.

Le parole rilucono di brace

nell’ombra degli amanti.

E

poi

le stelle sprofondano.

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Conto i granelli di polvere nella luce sole
e le gocce di rugiada sulle foglie cadute;
abbraccio la nebbia che sale dalle cascate.
Vuoi dare un nome alle stelle insieme a me?

Affidiamo le nostre preoccupazioni alle conchiglie
e gettiamole vicine e lontane.
Terminiamo il tempo delle domande irrisolte
e prendiamo i sogni per quello che sono.

touch

Sto seguendo un corso di antropologia culturale. La cosa mi intriga molto, tanto che oggi a lezione pensavo “Addio tutti, vendo tutto ciò che ho, me ne vado in giro per il mondo e mi faccio ospitare ogni popolazione sperduta che esiste, una settimana per ognuna. Comincio dagli Haida.”
La domanda del giorno era: cos’è la bellezza? Eh, giusto. Come si fa a dire che una cosa è bella e un’altra no? Diamo retta all’universalismo, oppure al relativismo culturale? Ovviamente nel mondo non c’è un unico concetto di bellezza; funzioniamo per codici culturali, perciò cambia di paese in paese, di comunità in comunità.

Senza entrare nell’ambito di mutilazioni che compromettono la vita di un individuo, ecco alcuni esempi: parlando di bellezza femminile in Giappone, per essere considerata una bella ragazza, la tua pelle deve essere pallida, morbida e liscia come una pesca; se fai parte dei Kayan il tuo collo dev’essere lungo e avvolto da anelli atti appunto ad allungarlo; se vai in Mauritania e sei una “skinny girl” ti considereranno poco desiderabile, di contro in Canada sarai vista come una donna capace di mantenersi in forma, sana, ottima preda.
E poi gioielli, tatuaggi, abiti, copricapi, colori, visi, sorrisi, occhi…

Queste differenze, io, le trovo bellissime.

 

Fotografie: Joey L., Jimmy Nelson, Lasse Damgaard e web

“Povero, povero fantasma,” mormorò con tenerezza “non c’è proprio un luogo dove possa trovar sonno?”.
“Lontano di qua, oltre la pineta,” rispose il fantasma con voce sommessa e sognante “c’è un piccolo giardino. Laggiù l’erba cresce lunga e folta, il fiore della cicuta vi allarga le sue grandi stelle bianche, l’usignolo vi canta tutta la notte. Tutta la notte, canta, e la fredda luna di cristallo si china a guardare, e l’albero del tasso distende le sue braccia gigantesche sui dormienti”.

Gli occhi di Virginia si appannarono di lacrime ed essa si nascose il volto tra le mani.

“Lei sta parlando del giardino della morte” mormorò.
“Sì, la morte. Oh, la morte deve essere tanto bella. Poter giacere nella morbida terra bruna, con gli steli dell’erba che si agitano leggeri sopra il tuo capo, e ascoltare il silenzio. Non avere né ieri, né domani. Dimenticare il tempo, perdonare la vita, essere in pace. Tu potresti aiutarmi. Potresti aprire per me i battenti della Casa della Morte, poiché l’amore vi sta sempre vicino, e l’amore è più forte della morte”.

Virginia tremò; un brivido glaciale le serpeggiò per la schiena, e per alcuni attimi regnò tra loro un silenzio sepolcrale. La fanciulla ebbe la sensazione di vivere come in un sogno terrificante.
Poi il fantasma riprese a parlare, e la sua voce assomigliava al sospiro del vento.

“Hai mai letto l’antica profezia che sta sulla finestra della biblioteca?”.
“Oh, sì!” esclamò Virginia, alzando vivacemente il capo. “Tante volte! La conosco benissimo. E’ dipinta in strane lettere nere, ed è difficile da leggersi. Non sono che sei versi:
Quando una fanciulla bionda strapperà
La preghiera dalle labbra del peccato:
Quando il mandorlo inaridito rifiorirà
E un’innocente creatura verserà lacrime,
Ritornerà tranquilla la dimora
E la pace scenderà su Canterville.
…Però non so che cosa significhino”.
“Significano,” disse tristemente il fantasma “che tu devi piangere per i miei peccati, perché io non ho lacrime, e pregare con me per la mia anima, perché io non ho fede, e poi, se tu sarai stata sempre buona, dolce e gentile, l’angelo della morte avrà pietà di me. Tu vedrai nell’oscurità ombre paurose, e voci malvagie ti sussurreranno all’orecchio, ma esse non ti faranno male, poiché contro la purezza di una creatura innocente le forze dell’inferno non possono prevalere”.

Virginia non rispose, e il fantasma si torse le mani in preda alla disperazione guardando l’aureo capo reclino della fanciulla.
Improvvisamente questa si alzò, pallidissima, con una strana luce negli occhi.

“Io non ho paura,” disse con fermezza “chiederò all’angelo di avere pietà di te”.

Immagine
Charles Laughton e Margaret O’Brien, The Canterville Ghost, 1944

“Una volta ho sentito la storia di un uomo che poteva tenere l’intero universo nella sua gola”

“Era un gigante per caso?”

Ci pensai su per un secondo.

“No” risposi “era un cantastorie”.

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