Incontro

Le nuvole sussurrano nel suo impermeabile, pesanti gocce di un cielo solitario, mentre cammina attraverso la folla di disperati sconosciuti. Nel veloce passaggio sfocato dei volti, vede i morbidi capelli di lui, ed è come un’eco, il gentile riverbero di un fantasma. Per un attimo il suo cuore si ferma.Poi scompare così come è apparso, un’ombra dalle strade della città, allo stesso modo in cui si perdeva nella confusione della sua testa. E le mani di lei si indolenzivano mentre cullavano il suo corpo, per tenerlo al sicuro. Si sveglia nel buio silenzioso, chiamando il suo nome.

Momenti

Questi sono i momenti che ricorderò sempre:

camminare in un Cafè affollato, vederti seduto in un angolo, una tazza fumante sul tavolo e gli occhi al soffitto. Il saluto tremolante sulla mia lingua, sulle labbra morsicate, le dita dei piedi che si rattrappivano nelle scarpe. Sentire la tua voce per la prima volta, lo stomaco legato con un nodo di mani esperte;

stare a sedere sul letto, scuotendo i muri con le risate, le tue braccia che mi tengono stretta alle curve del tuo corpo. Guidare con i finestrini aperti e mano nella mano, il vento che dipinge farfalle sul mio collo;

non sapere niente di te ma voler accendere una candela e esplorare. Trovare i più bei mosaici sepolti sotto il calcestruzzo, tu che mi prendi la mano e segui le tue cicatrici con le mie dita. Sai che non le riaprirò, lo prometto.

Ricorderò l’ansia e la paura dell’ignoto. I sogni e i dubbi e le risposte che portano solo ad altre domande. Ricorderò i nervi tesi nei crampi e la schiena dolorante, il toccare le mie labbra a mezzanotte e trovarle sorridenti. L’eccitazione e la danza sopra i cuscini con le spazzole come microfono e il portare quella sensazione con me per tutto il giorno.

Ricorderò il giorno in cui mi hai salutata per la prima volta.
Il momento in cui il mondo ha dato vita alle stelle.

amore

Riparazione e Sostituzione

Mi piace che nel mio ufficio entri la luce. La luce sfarfallante del giorno attraverso le tende è una sorta di ipnosi che mi tiene concentrato. Che ore saranno, mezzogiorno? Non lo so con certezza, non ho orologi e non mi interessa più di tanto tenere conto del tempo. Serve solo per metterti fretta, e il mio lavoro è troppo importante per essere messo sotto pressione.
Lavoro alla Cuori Infranti-Riparazione e Sostituzione, s.p.a. Io sono uno di diverse migliaia nel reparto manutenzione. E ‘il mio lavoro … Beh, penso che il suo senso principale sia descritto abbastanza bene dal titolo della società. Ogni anno miliardi di cuori si riversano nel nostro magazzino in scatole che vengono ispezionate e, se necessario, vengono riparati; in condizioni estreme anche sostituiti.
La mia sedia scricchiola quando mi ci appoggio, sguscio tra di essa e il tavolo per non farla soffrire troppo. Come solitamente succede, c’è una scatola che mi attende sulla liscia superficie della scrivania. Taglio con cura il nastro argenteo che la impacchetta, poi sollevo delicatamente il coperchio. ci vuole sempre delicatezza. Guardo. Un cuore spezzato. Ogni singolo frammento pulsa lentamente, illuminando sistolicamente di viola tenue l’interno della scatola. Metto gli occhiali da lavoro, infilo i miei guanti di lattice e li tiro fuori, portandomeli vicini al naso.
Si nota che questo cuore era già stato spezzato, ma il lavoro che ci hanno fatto sopra è davvero scadente. Ci sono cicatrici e sicuramente hanno usato troppa supercolla, infiltrata e indurita sull’esterno. Giro tra le dita i vari pezzi,ma uno mi colpisce e lo guardo ancora più attentamente. Rimango senza fiato. Un foro, piccolissimo, rotondo e perfetto. Non l’hanno aggiustato, è lì da diversi anni, si vede dal tessuto nerastro che lo circonda. Come può essere stato dimenticato? É imperdonabile!
Tiro fuori il file del cliente dalla tasca interna al coperchio. Sfoglio l’ispezione e i documenti della riparazione, sul fondo la firma di John Johnson. Ah, molti cuori hanno subito le conseguenze del suo lavoro sciatto, ma è figlio di uno degli Alti, quindi gli usano clemenza.
I pezzi grossi gestiscono la nostra azienda. Raramente si avventurano fuori dalla loro sala del consiglio, e quando lo fanno significa che qualcuno è davvero nei guai. Tutti vestiti impeccabilmente, la parrucca incipriata e così alta che quando passano sbatte nei lampadari. Sai che son in movimento quando vedi una lampada oscillante.
Stanco di brontolare da solo, mi rimetto a lavorare, separando i pezzi su un panno di seta bianca. Devo determinare se tutti sono stati contabilizzati, la lunghezza e gli angoli di ogni rottura, le condizioni di ogni singolo pezzo. Nel frattempo ho tirato fuori dal mio cassetto i pennelli, la supercolla, e il vasto assortimento di strumenti per le riparazioni.
Trascorro quattro ore mettendo il cuore di nuovo insieme, lentamente ma costantemente. Un balletto delle dita delle mani e degli strumenti lucenti che lavorano insieme con precisione, guadagnato in più di cento anni di pratica. Questo è uno dei vantaggi di lavorare qui. Il piano sanitario. Maggiore durata. Raddoppiano o triplicano il tuo tempo qui sulla Terra se lavori alla Cuori Infranti-Riparazione e Sostituzione, s.p.a.

Ricordo ancora il giorno in cui sono stato avvicinato. Era nei miei primi anni venti. Io, apprendista di un orologiaio sul punto di essere arruolato in una guerra, ero spaventato. Avevo bevuto le mie paure e le avevo affogate nel whisky, così mi ero perso in un vicolo senza capire, in preda alle lacrime. Dagli occhi appannati notai appena un uomo vestito di scarlatto che mi si avvicinava. La sua mano afferrò la mia e mi aiutò a rimettermi in piedi, scuotendo con calma lo sporco via da me. Si presentò come Mr Phlegm, la sua voce aveva un leggero accento che non riconobbi. Era un bell’uomo sulla trentina, con i capelli biondi dorati e quei penetranti occhi marroni, uno sguardo quasi scherzoso. I suoi denti brillavano luminosi mentre parlava. Ero letteralmente trafitto dal suono della sua voce e dalla sua presenza, non ero del tutto sicuro di aver sentito una parola di quello che aveva detto. Mi accompagnò a casa e mi promise di farmi visita prima o poi.

Sigillo in posizione il frammento finale, poi mi asciugo il sudore con la manica. Il cuore è ora di un incandescente viola e palpita con forza. Questo non è il risultato che volevo. Avrebbe dovuto tornare di un rassicurante rosso e calmarsi. Controllo le toppe che ho usato per sigillare il minuscolo foro e rimango spiazzato. Una sostanza nera come il buio aveva versato dal cuore e distrutto il mio lavoro. Questo cuore è andato a male.
Sbatto i pugni sulla scrivania, la sedia stride sgomenta alla mia rabbia. Il mio stomaco brontola per gli acidi, odio la sostituzione di cuori. Negli ultimi anni ho cominciato a nutrire un interesse più profondo verso le anomalie dei soggetti il cui cuore è stato sostituito. Ogni tanto il corpo respinge il cuore e la persona cresce amara. Il soggetto tende a devastare il cuore degli altri per saziare la propria amarezza; lascia una scia di dolore e molto lavoro per noi. I file dicono che non ci sono correlazioni, non mi hanno mai fatto stilare dichiarazioni ufficiali.

Era stato un paio di anni dopo, fu allora che rividi Mr Phleg. Nel mentre avevo preferito combattere i miei demoni interiori facendo il volontario piuttosto che aspettare che l’ignoto mi fagocitasse. Non era una questione di combattere per la giustizia, o contro il nemico che era là fuori a distruggere il nostro tenore di vita. Era più per il mio essere un piccolo uomo spaventato, eseguivo gli ordini e basta.
Dicevano che la guerra sarebbe stata breve, che noi avevamo la mano di Dio dalla nostra e che tutto sarebbe finito in poco tempo. Ho visto molti perdere la speranza in quel periodo, morte dopo morte. Immobili in attesa di essere vendicati. Era solo una questione di tempo prima che incontrassi il mio destino sul campo di battaglia: un malfunzionamento di uno dei nostri cannoni.
Mi svegliai disorientato, steso sulla mia schiena. Un ronzio nelle orecchie, il mio corpo tormentato dal dolore. Inclinai dolorosamente il collo e guardai verso il mio stomaco, non era un bello spettacolo. La vita lentamente fluiva fuori di me. Quanto del danno fosse stato causato dalla commozione cerebrale e quanto dal cannone, non saprei dire. Non importava. Sapevo che sarei morto prima o poi, ma speravo non in modo lento e doloroso. Con le poche forze che mi restavano, mi portai la pistola di servizio alla tempia. Dio è dalla nostra parte, avevano detto.
I miei occhi erano socchiusi all’alto sole. Ero lì, il metallo pressato contro la carne. Il sudore ammollava il mio viso, lasciando un sapore salato sulle labbra screpolate. Non respirare, tutto sarebbe finito. Un’ombra si pose su di me. Provai a puntare la pistola sulla figura sconosciuta, ma non ce la feci ad reggerla. Sperai che mi uccidesse e basta, ma improvvisamente riconobbi la sua voce, con quel suo accento. “Non sono qui per ucciderti, sono qui per salvarti.” Mr Phlegm stava sopra di me, afferrava la mia mano. Si chinò, sussurrando al mio orecchio. Mi disse di un posto dove avrei potuto lavorare. Non ricordo se pensai che fosse pazzo, o se le mie ferite gravi mi rendessero pazzo, ma accettai. Stringendomi il braccio con l’altra mano mi tirò su.

Sono ancora seduto nel mio ufficio, con il cuore davanti a me. Mi turba. Sono pochi i cuoi associati a quei sintomi, ma questo è decisamente uno di quelli. Non voglio sostituirlo, dev’esserci un altro modo.
Potrei mettere il cuore a dormire. Il proprietario del cuore potrebbe trascorrere i prossimi anni della sua vita in una dolce tristezza, con un cuore in letargo, e perdere tutte le emozioni pure. La felicità non sarebbe stato altrettanto piacevole. I ricordi di quel periodo sarebbero sfocati, perché per il soggetto sarebbe come camminare attraverso una nebbia. Ma dopo i consueti cinque anni, il cuore sarebbe tornato per l’ispezione, e avrei potuto riattivarlo in quel momento. Il sonno gli avrebbe permesso la guarigione. Meglio perdere pochi anni di vita che distruggere quella di tutti coloro che ti stanno intorno, ma questa procedura non è mai stata permessa.
Una settimana fa mi sono avvicinato al baratro, spingendo per una prova umana. Stavo citando esempi recenti del caos creato da cuori andati a male e sostituiti. Pensavo che sarebbe andata bene, che la mia ricerca si poggiasse su basi solide, ma quando ho incontrato i loro occhi, ho visto che non era così. Solo riflessi di irritazione. Mr. Gutter, il presidente della società, aveva solo una cosa da dire: «Penso che sia meglio se utilizzasse le sue forze esclusivamente nel dipartimento R&S. Abbiamo altre persone in grado di affrontare queste cose. Si attenga a ciò che sa fare meglio: riparazione e sostituzione dei cuori.”
No! Non voglio rinunciare di nuovo. Apro il cassetto segreto e prendo un aggeggio che ho progettato. Un piccolo cubo iridescente. Mi siedo, poggio con attenzione il cuore su di esso, e il cubo viene assorbito. A prima vista il congegno è uno, intero, solido, ma dentro un cuore comincia a sfaldarsi e ad assomigliare ad un cubo di Rubik. Il cuore viene riordinato, il cubo inizia a vibrare e lo lascio andare. Ruota in aria, riempie l’ufficio di fasci di luce multicolore, poi, dopo pochi secondi, si riadagia nelle mie mani. Guardo. Il debole bagliore rosso di un cuore addormentato. Ho fatto bene ad agire in fretta.

Lavoravo per l’azienda da quasi sessant’anni quando ho incontrato Grace. La mia vicina di casa. Da poco la società mi ha trasferito, una procedura standard  ogni dieci anni. Grace era sulla quarantina, una vedova con due figli. Il tipo di donna che possiede un morbido calore nel modo in cui parla, una cordialità che faceva di lei la perfetta vicina di casa. In diverse occasioni l’avrei voluta invitare a cena, ma non l’ho mai fatto. Sospettavo la profonda tristezza in lei per la perdita del marito. Forse era per questo che invitava continuamente gente a casa. Doveva mantenere il sorriso come parte del suo make-up. Rendere felici gli altri, essere cordiale e ospitale per evitare che la ferita si riapra. Mi chiedevo ogni tanto come doveva essere il suo cuore.
Dopo diversi anni di vicinato e molte chiacchierate amichevoli, mi sono ritrovato a essere invitato a cena, ma non come parte di un gruppo. Solo lei e i suoi bambini. Non ci ho visto niente di male, o di bene, così sono andato. Più di una volta.
Come è possibile che io, che ho lavorato sui cuori giorno dopo giorno non vedessi i segnali di pericolo? Lei si era affezionata a me, e coltivando la nostra amicizia, lanciavo corde di collegamento tra i nostri cuori. É una delle cose che ho dovuto rinunciare per il mio lavoro: i dipendenti della Società non sono autorizzati ad avere relazioni romantiche. Non ci è permesso di amare. Un altro pezzo della nostra umanità a cui rinunciare per una nostra maggiore durata, e per uno standard di vita da benestante. Una delle cose che mi erano state sussurrate nell’orecchio il giorno in cui mi sono iscritto.
Era solo una questione di tempo prima che le emozioni di Grace avessero la meglio su di lei. Forse, anche su di me. Non sono sicuro di chi sia stato il primo a baciare l’altro, mentre entrambi stavano lavando i piatti della cena. Ma è successo e mi sono lasciato andare. La società mi ha trasferito immediatamente e non l’ho mai più rivista. Almeno, non faccia a faccia.
Un anno dopo un cuore è arrivato sulla mia scrivania. La cosa peggiore che avessi mai visto: parti mancanti, rotture ripetute, e tanti piccoli pezzetti. Spinto dalla curiosità ho tirato fuori il file, cosa che di solito riservo a dopo che il lavoro è finito. Il dolore della mia scoperta si è stampato sulla mia faccia. Era il cuore di Grace. Le probabilità che finisse sulla mia scrivania non erano solo infinitesimali, ma quasi impossibili. Avrei dovuto trasferire il compito a qualcun altro, ma non potevo. Fissavo il casino molto letterale che avevo combinato nella mia stoltezza e dovevo essere io a riordinare quel cuore.
Per due giorni ho lavorato sul suo cuore. Dormivo nel mio ufficio solo per poche ore. Ho fatto tutto quello che potevo, dopo tutto io ero uno dei migliori che la società poteva vantare. Se non avessi risolto il problema, se non fossi riuscito… il cuore era viola incandescente. La procedura stabilì di sostituirlo, era la prima volta che sperimentavo la sostituzione di un cuore.
Alcune telefonate più tardi, un cuore nuovo venne poggiato sulla mia scrivania. Chiaro. Senza vita. Ho toccato quello vecchio, il suo battito cardiaco era cessato. Il nuovo era pieno di ritmo. Ho messo il cuore nuovo nella sua scatola, e l’ho portato al magazzino per la spedizione. Anche se andavp contro la politica aziendale ho tenuto d’occhio quel file e quando fu il tempo della revisione, la Grace che avevo conosciuto era sparita. Secondo il file non aveva più amici e si era allontanata dai suoi figli. Era diventata amara. Per la prima volta sentii dire che la sostituzione del cuore non aveva nulla a che fare con il cambiamento di una persona. Ero giovane allora, e non lo mettevo in discussione. Non ho mai più guardato il file di Grace.

Sto praticamente correndo per i corridoi dell’azienda, ricevo ogni sorta di sguardi strani dai miei collaboratori. Non ho tempo per curarmene, devo arrivare al magazzino e posizionare la scatola sul nastro trasportatore. Una volta lì, sarebbe tornata al suo proprietario, fuori delle nostre mani.
So che il consiglio può far presto ad accorgersi di qualsiasi cosa. Ha modo di guardare tutti noi e di assicurarsi che non facciamo di testa nostra. Cammino veloce e mentre mi trovo in procinto di girare a sinistra vedo la sicurezza, vestita di verde, che mi scruta. Vado a destra. Si fa più lunga in questo modo, ma non ho scelta. A pochi centinaia di metri altre guardie…Mi volto e prendo uno di quei gorilla alla sprovvista, un pugno in faccia. L’ho steso, corro a tutta velocità, ansimando. Mi sto mettendo in guai seri, ma ne vale la pena.
Sento una scossa dolorosa pervadere il mio braccio sinistro, mentre sbatto su una delle porte del magazzino. Busso freneticamente, gesticolando a un ragazzotto che non ha scatole per le mani. Mi apre con la faccia sgomenta.
Posso sentire il rumore di stivali di sicurezza dietro di me.
Non ho tempo.
Nel momento in cui raggiungo il nastro trasportatore, una guardia di sicurezza raggiunge me.
Ho posizionato la scatola, cerco di tirare la leva, ma lui è troppo forte; non sono vecchio, ma nemmeno così giovane come mi pareva di essere.
Sto per fallire.
La guardia è sopra di me, cerca di bloccarmi sotto il suo peso elefantiaco. L’unica cosa che mi viene in mente è tiragli una testata. Secondi di dolore e di nuovo. Tiro la leva! Non mi resta che tenere la guardia impegnata abbastanza a lungo da permettere alla scatola di raggiungere il mondo esterno. Altre quattro guardie si stanno avvicinando.
Salto sul nastro trasportatore, afferro la scatola e corro. Salto parecchie altre scatole, vedo con la coda dell’occhio che uno degli operatori si sta avvicinando alla leva, probabilmente per posizionarla sulla retromarcia. Salto. A mezz’aria butto la scatola nell’apertura luminosa, poi cado a terra, dieci metri più in basso.
Gemo, sono sicuro di avere più di un osso rotto, ma guarirò in fretta. Un altro dei miei capricci senza fine. Diverse guardie mi si avvicinano e mi afferrano, facendomi sentire un pupazzo dolorosamente conscio di sè. I pezzi grossi sono già in piedi davanti di me. Vedo le lampade oscillare in lontananza.
“Bene, Mr Phlegm, sembra che stiate provando la vostra prima emozione umana.” dico, prima che tutto diventi buio.

Estate

Le nuvole si addensano in cielo, raggrumate dal caldo in disegni antropomorfi.
Mi guardi e odori di miele e sale, le tue labbra hanno il sapore amaro delle onde.
Ghirigori di salsedine sulla pelle, sassi bollenti contro la schiena;
ci incastriamo tra risate e gridi di gabbiani mentre il tabacco umido brucia nella pipa.
Senti il rumore delle onde.
Ci siamo inselvatichiti, la tua barba punge sulle mie gote dorate;
hai il colore bruno delle castagne. 
Solo il cielo interminabile sopra le nostre teste.
Nuotiamo alla luce del sole albeggiante, nella solitudine originaria
assaggiamo l’agrodolce della nostra pelle, odore salmastro di vita.
Fuggiaschi e viaggiatori, Crusoe e Stark.
Sogniamo qua, alla fine del mondo, tra le canne danzanti.
L’anima si disseta al silenzio assoluto del cielo stellato:
siamo il respiro del mondo.

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Ninna nanna

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Se ti scrivessi una ninna nanna con versi di chiaro di luna, respiri nebulosi e un coro di battiti cardiaci, ti addormenteresti con questa melodia nelle tue mani? 

Mi sveglio la notte e guardo i lampioni fuori dalla mia finestra, nella tranquillità della nebbia umida. Mi sdraio rabbrividendo e desiderando che la pioggia passi in fretta, che le mie palpebre non siano così fredde. E intanto fantastico sulle tue ciglia e i tuoi discorsi.
Mi piace il modo in cui la tua clavicola sporge sotto al collo, poggiando sulle spalle un po’ sfuggenti. Qualcuno deve averle appoggiate lì di fretta, perchè non le ha spinte abbastanza in fondo. Immagino mani creatrici che ti assemblano e penso che mi piacerebbe averti costruito io, per fare un passo indietro e sorridere alla mia arte.
Ho l’abitudine di chiudere gli occhi quando mi avvicino a te, chissà perchè. Mi chiedo se te ne sei accorto, mi chiedo se ti chiedi se mi sono accorta che sorridi troppo spesso, che non dormi abbastanza e che mangi troppo zucchero. 
Se tu fossi la luna io sarei il respiro notturno dei tuoi crateri, se fossi la sabbia sarei il moto ondoso che sommerge i tuoi granelli d’oro. 
Scrivo lettere d’amore nella mia mente, ma quando provo a farle uscire dalla bocca diventano un pasticcio di parole inventate che significano cose che non riesco a dire. Questo lo sai, perchè mi conosci e mi accetti per quella che sono, timida romantica. Non mi chiedi di parlare, respiri accanto al mio orecchio e mi spieghi l’amore.

E quando la pioggia cade,
Ricordati di me, in tutti i tutti sogni.

Perchè l’aria è ferma
E piena di nebbia.

E quando arriva la pioggia,
Sogna di me, e delle giornate di sole.
Pensa a tutto quello che è il nostro passato.

Perchè il cuore si stringe,
Ed è pieno di paura.

E quando la pioggia va,
Danza alla luce del sole, come facciamo sempre.
Lascia che le ore scivolino via.

Perchè la gioia è tutto ciò
Che questa vita può dare.

 

Letterina

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É quel periodo dell’anno. Si sente proprio nell’aria, umidiccia e appiccicosa, di quella che ti fa spiaccicare i capelli contro il viso abbattendo i tuoi tentativi di pettinarti in maniera almeno decente. Che poi in realtà non è uno dei miei problemi, io i capelli li raccolgo in una coda/treccia/chignon. Sempre, inequivocabilmente. Li ho maltrattati talmente tanto in questi anni che hanno iniziato a ribellarsi e se li lascio sciolti sembro più un fungo atomico che una ragazza. E poi ora sono rossi, quindi l’effetto vulcano si addice ancora di più.

Sto divagando. Dicevo: è quel periodo dell’anno. Nell’aria, oltre a centinaia di milioni di batteri che ti si infilano ovunque e mietono vittime tra cui la prima sono io, c’è l’odore della legna bruciata, delle mele essiccate, spuntano ad ogni angolo carretti con le caldarroste…adoro le castagne, ho un amore smisurato per quelle piccole ballotte raggrinzite e ustionanti che vorresti mangiare non appena te le porgono, ma così facendo sai che ti brucerai il palato in maniera irreparabile e allora aspetti cinque secondi e inizi a soffiare come se fosse lo scopo della tua vita raffreddare quelle castagne per poterle infilare in bocca e pensarti in poltrona davanti al fuoco con il tuo libro preferito.

Che poi te le fanno pagare come fossero le ultime dieci rimaste sulla Terra, ma quegli omini che stanno dietro al carretto e amorevolmente girano e rigirano quel “cereale che cresce sull’albero” sono talmente gentili e sorridenti che anche dopo che alla risposta del “Quanto costano?” il cervello ti riporta alla mente l’immagine del tuo portafoglio da cui volano le mosche non puoi dirgli di no, “Il sacchettino piccolo per cortesia”.

Odori caldi, invitanti, le vetrine iniziano a riempirsi di lucette stroboscopiche da 1000W, i bambini si spiattellano davanti ai vetri dei negozi pieni di giocattoli nuovi imperando “Lo voglio!” e i genitori, per l’unica volta in un anno intero, possono rispondergli “Lo dovrai scrivere nella letterina per Babbo Natale, allora” invece che trascinarli via borbottando una sfilza di ce l’hai già-costa troppo-tanto poi lo rompi subito.

Ragazzi che bella la letterina…la Lettera delle Lettere. Io la scrivevo puntualmente ogni 8 dicembre, con quelle parole tutte storte e indecise. Non ricordo di aver mai chiesto qualcosa di materiale, forse solo qualche libro o delle matite, ma non ero una di quelle bambine viziate che chiedevano Barbie Vattelappesca o la scatolina dei trucchi a forma di cuore. Scrivevo piuttosto una bella missiva calorosa, chiedendo a Babbo Natale come se la passasse e come stesse l’Elfo Filippo (era il mio elfo personale), se per favore puoi portare delle nuove orecchie per il nonno sordo, io sono stata brava, un bacio grosso.

Ho ancora una letterina che scrisse mio nonno del Natale ’98, l’ultimo che ha passato insieme a me. “Poco tempo fa ò scritto una letterina a Babbo Natale, che è tanto buono, di portare tanti bei regalino ai bambini. Se mi facesse il favore di portarne una anche alla mia cara nipotina Sara; se poi a lei piaccia, meglio ancora. Sicuro che Babbo Natale mi farai questo favore, ti ringrazio. Nonno Giordano.” Come facevo a venire su male, con un nonno così?

Questo periodo dell’anno mi piace, da morire. C’è aria d’attesa, dal primo dicembre si iniziano ad aprire le finestrelle del calendario dell’avvento, cominciamo a chiederci cosa regaleremo a chi (perché è meglio prepararsi in tempo, ma poi finisce sempre che i regali si comprano due giorni prima tra i rimasugli degli invenduti) e dove è meglio andare per il pranzo.

Mi godrò davvero questo mese di bontà gratuita, il solo momento in 365 giorni in cui le persone si sentono in dovere di essere gentili anche se normalmente sono delle carogne con tanto di certificato, carine e generose nonostante il resto dell’anno siano di quelle che scucire un centesimo per i bambini poveri del terzo mondo è oneroso per le loro tasche.

Cercherò di non notare l’ipocrisia e il perbenismo e di far finta che la gente sia veramente come appare. E intanto mangerò caldarroste. Tante. Fino a farmi venire il mal di pancia.

Bambina

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Quando ero piccola, ogni volta che andavamo a Parigi mio padre mi portava sulla torre più alta di Notre Dame. Era freddo, il vento tagliava il viso e le mani, ma mi piaceva stare lì con lui e respirareprofondamente l’aria, e sbirciare le persone che sembravano formiche laggiù in fondo. Per quanto freddo fosse, e con qualunque tempo, mio padre voleva comunque che salissimo. Era una specie di rito tra me e lui.

 “Sara” mi disse una volta, con il suo sorriso gentile e i suoi occhi calmi, “Sara, bambina mia. Qualunque persona diverrai, ovunque la tua mente e il tuo cuore ti porteranno, fai una cosa per me, una sola perchè te lo dico io: prendi una manciata di cielo e mettila in tasca. Prendila e ricordati sempre che i tuoi piedi non devono per forza restare per terra. Tutto ciò che desideri può essere tuo. Ma solo se studi molto e ti impegni, e continuerai sempre a sentire la libertà di quel cielo nella tua tasca, nel tuo cuore.”

Il cielo era rosa pallido e dorato. Ricordo di aver messo una mia piccola mano nella sua  grande e forte. “Prendine un po’ anche tu” gli ho detto. 

 Ce l’ho ancora, quel cielo rosa pallido.

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