Incontro

Le nuvole sussurrano nel suo impermeabile, pesanti gocce di un cielo solitario, mentre cammina attraverso la folla di disperati sconosciuti. Nel veloce passaggio sfocato dei volti, vede i morbidi capelli di lui, ed è come un’eco, il gentile riverbero di un fantasma. Per un attimo il suo cuore si ferma.Poi scompare così come è apparso, un’ombra dalle strade della città, allo stesso modo in cui si perdeva nella confusione della sua testa. E le mani di lei si indolenzivano mentre cullavano il suo corpo, per tenerlo al sicuro. Si sveglia nel buio silenzioso, chiamando il suo nome.

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Innamorata

C’era una volta una ragazza che si era innamorata del cielo notturno.

Aveva visitato tanti planetari e letto molti libri di astronomia per bambini. Aveva imparato a distinguere ben venti costellazioni diverse e, ogni volta che il cielo era sgombro dalle nuvole, le cercava nel buio. Aveva persino costretto suo padre ad attaccare tante stelline di plastica fosforescente al soffitto della sua cameretta, seguendo la mappa stellare che aveva disegnato lei stessa. 

Una volta ad una dimostrazione aveva assaggiato il gelato disidratato che mangiano gli astronauti nello spazio e si era convinta che fosse il cibo più buono che avesse mai provato.

Col passare del tempo aveva imparato a conoscere molte cose sull’universo, gli asteroidi, i buchi neri, le strane e invisibili forze che governano lo spazio. Il cielo notturno era per lei molto più di un semplice cielo, era un enorme forziere pieno di segreti di posti ultraterreni.

Pian piano questo amore si trasformò in qualcosa di più profondo, in un desiderio inespresso. Voleva conoscere più che figure e modelli in scala, era sicura che là fuori nell’universo ci fosse qualcosa che non avrebbe mai potuto trovare sulla Terra. Questo pensiero si faceva sempre più strada in lei, quasi faceva male.

Una notte se ne stava sveglia a guardare il soffitto a pensare al cielo, una scura coperta ricamata da milioni di stelle e soli lontani. Chiuse gli occhi e allungó una mano immaginaria, pensando di poter toccare l’universo. Il suo letto scomparve, i muri scomparvero, silenziosamente, e lei si trovò a volare oltre il sistema solare, oltre la galassia. Volava e volava, sempre più lontano. Era così impegnata nel suo viaggio immaginario, che si spaventò abbastanza quando sentì qualcosa sfiorarle la mano immaginaria e iniziare a parlarle.

“Chi sei?” le chiese. Era una figura luminosa, strana ed eterea, difficile da descrivere.

“Sei un alieno!”, gridò lei. “Da dove arrivi? Come mi hai trovata?”

“Vengo da una dimensione piuttosto lontana, un universo fluido ed enorme. È molto bello qui”, disse l’alieno. “Da casa mia posso osservare più o meno tutto quello che voglio e lo posso raggiungere. Tu volevi trovare me, o qualcosa di simile a me, e io volevo imparare di più.” Fece una pausa, lei si sentiva osservata. Finalmente parlò di nuovo.

“Sei unica, non ho mai incontrato nulla di simile prima. È molto difficile che qualcuno riesca a trovarmi.”

La ragazza lo guardava. “Portami con te”, pregò.

La creatura sembrò sorpresa. “Dove?”

“Ovunque! Portami in tutti i posti in cui sei stato, fammi conoscere altri alieni. Basta che sia molto molto lontano da qua.”

“Non posso.”

“Perché?”, chiese lei con le lacrime agli occhi.

L’alieno sembrava dispiaciuto. “Siamo molto diversi. Possiamo comunicare, ma non credo che sopravviveresti a un viaggio tra le galassie. Per trasportarti in sicurezza dovrei prima alterare la tua forma e farti diventare praticamente una parte di me.”

“Sarebbe doloroso?”

“No, ma ti altererebbe per sempre e fidati quando dico che non lo vorresti.”

La ragazza considerò quelle parole. “Ho aspettato tutta la vita di incontrarti. Ho sempre pensato che ci fosse qualcuno qua fuori e ora ti ho conosciuto e ti hai viaggiato così lontano…” la sua voce si spense in un sussurro nel vuoto tra le stelle. “Sai, sarebbe davvero terribile se mi lasciassi ora.”

“È così brutto il posto da cui vieni?” le chiese.

“Sarei molto più felice con te.”

L’alieno annuì con interesse. “Posso fare una cosa per te allora. Ti manderò indietro con un frammento di me.”

“Davvero?”

In risposta la ragazza sentì qualcosa esplodere nella sua mente. Le sembrava come se ci fosse un fiore dentro di lei che stava sbocciando, con milioni di petali, ognuno era un pensiero nuovo e diverso. Improvvisamente sapeva cosa si provava ad essere al centro di una supernova, come erano le tempeste di ghiaccio su strani pianeti brillanti, com’era attraversare diverse dimensioni dove forme indistinte si univano e danzavano come lingue di fuoco. Provó tutte queste sensazioni in un secondo e capì che erano le esperienze dell’alieno.

Nel mezzo di questa esplosione vide se stessa, come se stesse guardando uno specchio, solo che vedeva cose mai viste prima. Cellule, atomi, memoria, pensieri, sogni e desideri, uniti in un disegno ipnotico che riluceva proprio come una stella.

La visione svanì, lasciando il posto a immagini sbiadite, mentre la ragazza scivolava verso casa e la bellissima creatura che per tanto tempo aveva sperato di incontrare svaniva nel buio dello spazio con un arrivederci. 

Si ritrovò nel suo letto, era ancora notte fonda. Era stato tutto un sogno?

I giorni passavano, la ragazza vedeva tutto con occhi diversi, nella sua mente un petalo si apriva per ogni nuova scoperta. 

Una sera prese il telescopio ed andò su una collina erbosa. Ci guardò attraverso, ma invece di puntare al cielo si ritrovò a osservare le luci della città che brillavano in lontananza. Erano belle, come se il cielo fosse caduto in terra con tutte le sue stelle.

Mentre tornava a casa guardò in su, pensando all’universo. Per la prima volta si sentiva in pace, al posto giusto. Una nuova sensazione si fece spazio in lei: si era innamorata del mondo.

Giuro

Giuro che ho visto vorticare galassie
nella tazza di caffè che ho bevuto stamattina

(la Via Lattea si mescolava allo zucchero)

E giuro che le stelle punteggiano
il tuo viso come lentiggini
quando sorridi

La polvere di stelle si aggroviglia tra i miei capelli
così come nei tuoi occhi

mani

Preludio

Lo sento sotto la pioggia che cade sempre nella mia mente; raccontami che cosa sanno quelle lacrime, queste sconosciute leggere.
Per favore, resta.
Nubi temporalesche svuotano le loro tasche su questa terra ispirando nuova vita.
Tutto sbiadisce col tempo, mi dici che a volte ci perdiamo molto prima di quando dovremmo.
Il crepuscolo si dissolve in ocra e ora, ecco il preludio della notte.

look back

Momenti

Questi sono i momenti che ricorderò sempre:

camminare in un Cafè affollato, vederti seduto in un angolo, una tazza fumante sul tavolo e gli occhi al soffitto. Il saluto tremolante sulla mia lingua, sulle labbra morsicate, le dita dei piedi che si rattrappivano nelle scarpe. Sentire la tua voce per la prima volta, lo stomaco legato con un nodo di mani esperte;

stare a sedere sul letto, scuotendo i muri con le risate, le tue braccia che mi tengono stretta alle curve del tuo corpo. Guidare con i finestrini aperti e mano nella mano, il vento che dipinge farfalle sul mio collo;

non sapere niente di te ma voler accendere una candela e esplorare. Trovare i più bei mosaici sepolti sotto il calcestruzzo, tu che mi prendi la mano e segui le tue cicatrici con le mie dita. Sai che non le riaprirò, lo prometto.

Ricorderò l’ansia e la paura dell’ignoto. I sogni e i dubbi e le risposte che portano solo ad altre domande. Ricorderò i nervi tesi nei crampi e la schiena dolorante, il toccare le mie labbra a mezzanotte e trovarle sorridenti. L’eccitazione e la danza sopra i cuscini con le spazzole come microfono e il portare quella sensazione con me per tutto il giorno.

Ricorderò il giorno in cui mi hai salutata per la prima volta.
Il momento in cui il mondo ha dato vita alle stelle.

amore

Applausi

I palmi della pioggia e del terreno applaudono quando si incontrano,
torcendo le dita in un nodo di ruscello.

Segue il fulmine, batte i pugni contro il cielo fumoso,
scoppiano raffiche di vento, gocce di pioggia come fuochi d’artificio.

La nebbia rotea sopra il terreno e danza – mi ricorda di quegli inverni in riva al lago
tanto tempo fa.

Le pozzanghere inseguono la tempesta che passa per ripulire
le strade impolverate e lava gli alberi dalle cattive abitudini.

Di nuovo il fulmine tremola, come una morente lampadina d’argento
che oscilla ad un filo in qualche soffitta del passato.

La tempesta sospira ancora una volta, poi ritrae le sue possenti braccia.

Allora il pomeriggio attende che il sole affondi le sue dita tra le nuvole.

Così gli uccelli potranno volare di nuovo.

sole

C’era una volta

C’era una volta, in un prospero paese costruito miglia e miglia lontano dal mare, un regno. E proprio quel giorno l’erede al trono era nata da pochi minuti. Aveva già bellissimi capelli morbidi e color castagna, piccoli nei che segnavano i punti più belli del suo corpicino e occhi color del cielo notturno, esattamente come suo padre il re.
Era al tempo stesso accattivante e scostante, più cresceva più si riconoscevano in lei modi sinuosi e beltà; sua madre pensava che fosse la più bella Rosa di tutti i tempi, persino quando era ancora ben lontana dallo sbocciare.
Passavano gli anni e la gioia aumentava, l’anno successivo il doppio di quello precedente, fino a quando la Principessa divenne una giovane e bella diciassettenne. Il tempo allora sembrò rallentare almeno un po’.

Il Re e la Regina erano follemente innamorati della loro figlioletta, la riempivano di doni e piacevoli sorprese e, dato che era così bella e giovane, decisero che una tale perfezione dovesse essere immortalata.
Chiamarono artisti e maestri da ogni parte del paese, promettendo una generosa ricompensa a chi fosse riuscito a rendere giustizia alla dolcezza della Principessa.
Centinaia di uomini di talento si misero subito al lavoro, cercando di catturare l’essenza della fanciulla e di raggiungere quella che credevano la perfezione. La Regina, tuttavia, respingeva ogni ritratto che le era offerto – ed erano davvero tanti – dicendo che nessuno meritava la ricompensa. A causa di questo comportamento finì per esasperarsi, pensando che di questo passo la sua bambina sarebbe invecchiata e sbiadita prima di riuscire ad avere un ritratto adeguato.

Un giorno, però, uno sconosciuto le si presentò, offrendosi di dipingere ciò che voleva.
Scettica riguardo a quel povero eremita, la Regina chiese di vedere qualche sua opera, ma lui non ne aveva; gli chiese per chi avesse lavorato, lui rispose per nessuno; gli domandò allora che lavoro facesse, e lui rispose di essere un cacciatore e di vivere in una piccola casetta nel profondo del bosco. Stanca di starlo ad ascoltare e di cattivo umore, la Regina disse alle guardie di portarlo via, ma il Cacciatore la pregò di non farlo, di dargli una possibilità.

“Ammetto, Vostra Maestà”, disse, “di non essere un artista, e di non aver mai avuto interesse ad esserlo. Non so come si tiene in mano un pennello, né quali terre e piante usare per fabbricare i colori. Però ho visto Vostra figlia, l’ho osservata per caso mentre se ne stava seduta al tramonto, da sola sotto il roseto, ed era come se il sole stesse lasciando la Terra per addormentarsi in lei. Credo di poterla descrivere esattamente come Voi desiderate. So cosa manca ai dipinti che avete scartato, io posso darvelo.”

Quando ebbe finito, la Regina annuì piano, più disperata che impressionata, e convenne di lasciarlo provare. Gli promise meno della ricompensa pattuita inizialmente, ma il Cacciatore acconsentì ugualmente, dato che era un tesoro ugualmente grande per chi come lui non aveva mai avuto nulla.
L’uomo se ne andò scomparendo nei colori scuri della foresta e tornò dopo quindici giorni, nascondendo la sua creazione sotto un drappo coloratissimo. Mentre camminava per il villaggio si sentiva sicuro di sé, aveva infatti tradotto in pittura quello che gli altri occhi non avevano visto. Era riuscito, egli soltanto, a guardare la Principessa come la guardavano il Re e la Regina, con lo stesso sentimento incondizionato e luminoso. Loro la vedevano, dopo tutto, con gli occhi di chi ama ed era per questo che quando catturavano il suo sguardo, che era blu come la notte, vedevano un cielo stellato.
Nessun altro dipinto aveva immortalato questo dettaglio, nessun altro uomo era stato abbastanza attento da notare questa piccola bellezza.
Quando il drappo venne tirato giù, la regina sussultò a conferma della perfezione del dipinto. Il Re ebbe quasi la stessa reazione, ma in più cadde in ginocchio davanti al Cacciatore, dicendo che gli erano debitori. Essendo un uomo semplice, però, egli rifiutò le lodi e, ottenuta la sua ricompensa, si voltò per andarsene. Non sarebbe tornato nella foresta probabilmente, anche se non sapeva ancora dove sarebbe andato. Mentre stava per uscire dalla porta del castello, una voce lo chiamò.

“Mio caro” stava dicendo la Regina, grata oltre ogni dire “c’è qualche possibilità di avere delle copie di questo meraviglioso dipinto, per poterlo così inviare a lontani parenti e vecchi amici che ancora non hanno avuto la fortuna di ammirare la Principessa?”

“Le mie scuse più sincere, Vostra Maestà” rispose il Cacciatore “ma mi ero accordato per un solo quadro, non ho abbastanza materiale per farne altri.”

“Cosa ti manca, figlio mio?” chiese la dama, che l’affetto stava portando alla disperazione. “Il Regno ti darà quello che serve: le pitture più belle, i pennelli migliori, le tele più fini…dimmi, figliolo, di cosa hai bisogno?”

Il Cacciatore riflettè su quelle parole, un po’ turbato, ma quando ritrovò la parola fu per accettare l’offerta. “Meraviglioso!” cinguettarono i coniugi reali, alzandosi dai troni e battendo le mani per la gioia “Avrai una stanza nel Castello, così potremo vedere i tuoi progressi ogni giorno!”

Allora il Cacciaotre si fece ancora più turbato, pallido e spaventato. “Insisto” disse, fissando con desiderio la porta del Castello, “che io continui il lavoro nella mia casa. Porterò ogni ritratto appena lo avrò completato ma, Maestà, dovete lasciarmi andare.”

La Regina non capiva, ma acconsentì comunque, e ben presto il Cacciatore uscì dal Castello con le braccia cariche di attrezzature e pitture innovative, senza mai voltarsi indietro. Guardava invece al cielo dell’imbrunire, mentre la notte si impadroniva con pazienza della terra. Decine di stelle cominciarono a luccicare, quelle stelle amate da tutti coloro che amavano danzare senza un motivo, piccole felicità sospese. Mentre le guardava, maledisse la sua decisione.

Durante la notte una voce di bambino, innocente e graziosa, echeggiò dolcemente contro le pareti della stanza, chiamando la madre. Lei corse verso di lui, attenta a non svegliare gli altri figli, e vide il bambino accovacciato sul letto con gli occhi spalancati e un ampio sorriso rilucente. Tale gioa non si addiceva alla notte, e la donna sospirò, conscia che qualche magia visibile solo agli occhi del bimbo lo avevano reso troppo eccitato per dormire. Scivolò nel letto accanto a lui, avvolgendolo tra le sue braccia.

“Non ci crederai”, disse con una vocina timida e senza fiato, guardando dalla finestra aperta. Sapeva che sua madre avrebbe fatto lo stesso. Lei aspettò qualche istante ma, dopo non aver visto niente di eccezionale, tornò a guardare suo figlio; lui continuava a osservare fuori, infinitamente stupito. “Stelle cadenti”, sussurrò infine.
La madre si diede un’altra possibilità, volgendosi ancora alla finestra. La vide, vide la stessa magia che vedeva suo figlio. Avevano visto molte meraviglie come questa durante gli anni, certamente, ma erano durate solo pochi istanti prima di sparire. Questa invece riempiva l’intera notte, senza fermarsi. “Incredibile” pensò la madre, più stupita di lui mentre ricordava la sua infanzia che credeva di aver dimenticato.
Stettero seduti per alcuni minuti, racchiusi l’uno nell’abbraccio dell’altra, condividendo non solo la vista ma anche l’esperienza di sognare da svegli. Ogni istante una stella sembrava tremare e riluceva nel cielo prima di cadere – a velocità stratosferica, convennero. Non lasciavano code, come di consueto fanno le stelle cadenti, semplicemente si muovevano verso il basso, crescendo appena appena prima di sparire.
Lo spettacolo si concluse un’ora più tardi, con la discesa di una dozzina di stelle e un migliaio di sussulti eccitati come conseguenza. Nessuno dei due parlava ma la madre, anche se si sentiva tutt’uno con il figlio e con la sua stessa coscienza di bambino, decise che era l’ora di tornare a letto. Coprì il bimbo di baci di piuma, uno per ogni stella che era caduta, e lui rise, offrendone altri in cambio prima di addormentarsi al suono di una vecchia ninna nanna, degna di concludere la notte.

“A mezzanotte, quando le stelle piangono,
io volo per la valle solitaria che tanto abbiamo amato,
quando la vita splendeva nei tuoi occhi.
E spesso spero, se gli spiriti sono in grado di tornare sulla terra,
che tu venga qui da me,
per raccontarmi il nostro amore e ricordarlo al Cielo”

“Mamma” disse ancora la vocina “davvero le stelle possono piangere?”

“E tu, se potessi dormire tra le nuvole, viaggiare per il mondo, e giocare tra le pietre miliari del cielo, piangeresti?”

“Per la gioia, forse.”

“Allora sì, le stelle piangono.”

La vocina tacque, chiusa da un sorriso. Quella notte di magia era stata solo per loro, tutto sarebbe tornato come prima, l’importante era mantenere vivi i desideri, anche se le stelle sarebbero rimaste fissate esattamente al loro posto per sempre.

Così si concluse la scena, una scena che c’era stata almeno una volta in ogni famiglia del villaggio. Ogni madre o padre avevano detto la stessa cosa per il loro bambino, sostenuto che quella era stata ‘unica notte in cui le stelle cadevano, e che lo facevano solo per loro. Ma non era così.
Si sbagliavano, le stelle non cadevano solo per la meraviglia o per creare nuovi sogni nel mondo. Cadevano nella foresta scura, proprio nel mezzo, dove solo il Cacciatore sapeva muoversi e dove, nelle ore prossime alla mezzanotte, tirava fuori il suo arco e scagliava frecce alle stelle.
Ne raccoglieva un gran numero ogni sera, pensando che una cosa così numerosa e praticamente infinita non si sarebbe mai estinta; in fondo, messe tutte insieme stavano giuste giuste nel palmo della sua mano. Le teneva in una piccola teca di vetro, dove si raggruppavano in gocce luminose. Arrivato a casa, le usava per dipingere gli occhi della Principessa.
Ogni stella era poco di più che un granello di polvere brillante, e così ogni ritratto conteneva gocce di cielo. La cosa che impressionava, però, era la gran quantità di ritratti, tutti dipinti con le stelle. Era un gran lavoro per il Cacciatore, che perdeva molte ore al giorno dietro alle tele, ma a lui piaceva e sedava ogni rimorso dicendosi che la Regina avrebbe avuto solo pochi dipinti ancora, che presto sarebbe finito tutto e che il cielo notturno sarebbe tornato come prima.

Le settime tuttavia passavano rapidamente, una dietro l’altra, senza cambiamenti alcuni. Il Cacciatore iniziò a rendersi conto che non sarebbe mai stato in grado di decretare un ritratto l’ultimo della serie, e ben presto ne ebbe la prova. La Regina gliene chiedeva costantemente e anche se ormai tutti gli amici e i parenti avevano ognuno la propria copia, ne pretendeva per inviarli ad altri re e regine, per le pinacoteche e per i letterati, tanto per nutrire la propria vanità. Aveva deciso di inviarli anche ai nemici del regno, tanto per vantarsi della bellezza ineguagliabile di sua figlia.
Andò avanti così per molto tempo, tanto che ormai gli abitanti del villaggio cominciavano a notare la scomparsa delle stelle e a pensare che dietro ci fosse qualche maleficio.

“Non l’avrei mai notato, badi bene” diceva qualcuno “se la mia Maria non mi avesse chiamato alla finestra, ieri sera, puntando il dito al cielo. Accidenti, so che ormai è passato qualche anno, ma posso giurare che quando ci siamo innamorati, quella notte era piena di stelle, ce n’erano migliaia. Anzi milioni! E ora siamo fortunati a vederne appena una manciata.”

“La mia Claudia ha fatto lo stesso, tranne che è scoppiata a piangere mentre additava tremante il cielo. Era sconvolta terribilmente, bofonchiava che fosse un segno e poi è svenuta.”

“Mio nonno è un astronomo, lo sapete. Per quanto posso ricordare mi ha sempre trascinato fuori dal letto per andare a fissare costellazioni che trovava interessanti. Lo hanno sempre stupito, le stelle, anche se erano solo vecchie luci tremule nel mezzo del cielo, e io speravo che succedesse qualcosa, tanto per farlo felice. Beh, qualche mese fa, l’ho visto mortificato e gli ho chiesto cosa avesse. É successo qualcosa, ha detto, godetevi le stelle finchè è possibile perché il grande diavolo le sta prelevando una ad una e presto non n rimarrà nemmeno una.”

La vita continuava così, con le stelle che non cadevano ma erano rubate e col Cacciatore, che si sentiva in colpa per commettere un reato così grave per una vanità così effimera. Si ammalò, divenne pallido e secco, non riusciva a trovare una ragione per sorridere. Voleva ribellarsi per salvare le poche stelle superstiti, ma un pover’uomo come lui non poteva che adeguarsi alla volontà della Regina.

Un cambiamento, tuttavia, si verificò un giorno che il Cacciatore si presentò al castello a mani vuote. Era atterrito, nonostante si fosse preparato a sopportare lo sguardo accusatore dei Reali, sapeva di dover fare qualcosa. Prima di tutto disse che non avrebbe fatto più ritratti e la Regina gli rispose semplicemente che doveva perché glielo comandava; poi cercò di spiegare che era a corto di materiale, ma la dama gli disse che avrebbe provveduto lei a rifornirlo; infine, la sfidò, domandandole come mai avesse bisogno di così tanti ritratti, ed ella rise. La risata era sufficiente.
Resosi conto che niente avrebbe smosso i suoi committenti, il Cacciatore si risolse a svelare il suo segreto.

“Maestà” disse “come avete visto, perché il ritratto della Principessa fosse perfetto dovevano esserci stelle nei suoi occhi blu notte, ma cose così meravigliose non possono essere rappresentate o dipinte da mani come le mie” si scrutò le mani ruvide e sciupate dal tempo. “Perciò ho usato vere stelle, che ho rubato dal cielo col mio arco e con le mie frecce, perché dopotutto sono un cacciatore, e le ho posate sulle tele. Ho accetto il compito perché credevo che un dipinto fosse sufficiente e che il cielo avrebbe permesso una cosa simile, ma voi, con la vostra vanità e col vostro egoismo, mi avete costretto a fare centinaia di ritratti e ora non rimane una singola stella in cielo.”
Tacque un istante, consapevole dello sdegno che gli infiammava le guance, respirò a fondo e concluse. “Infiniti desideri futuri sono stati sacrificati per vostra figlia: per favore, non chiedete più niente e lasciatemi tornare alla vita che avevo prima.”

La Regina riflettè sulle parole del Cacciatore, quasi si convinceva di doversi pentire. Tuttavia, dopo qualche minuto, si alzò in piedi, una luce crudele negli occhi.

“Non mi interessa” disse asciutta “trova il modo di dipingerle tu stesso!” un’improvvisa ombra scura sembrò avvolgerla, proprio nel momento in cui le venne un’idea. “Prendi pezzi di luna! Brilla, no? Rimpiccioliscili finchè non hanno le dimensioni giuste e facci un altro centinaio di ritratti, dovrebbero bastare.”

Il Cacciatore era allibito e furioso con quella donna tirannica. Catturare le stelle non aveva causato danni, a parte far diminuire la magia nel mondo, ma distruggere la Luna avrebbe avuto conseguenze non solo sulla notte, ma anche sul mare. Doveva convincerla a preoccuparsi anche di coloro su cui regnava, non solo di quelli che amava, ma era terrorizzato da lei e un po’ anche da se stesso.
Così, con la morte nel cuore e lo sguardo di un uomo distrutto dal senso di colpa, il Cacciatore lasciò il castello e una Regina soddisfatta. Si mise al alvoro quella notte stessa, scagliando frecce alla luna e notando che in fondo somigliava molto alla stessa polvere luminescente delle stelle. Non era così brillante, ma la Regina sarebbe stata accontentata.

Dopo sette mesi, però, anche quella risorsa iniziò ad esaurirsi e ogni notte era sempre più buia; non c’erano più luci che illuminassero i sogni.
Anche la Regina, sebbene sperasse di poter avere più ritratti, si rese conto che le notti erano solo buio e così lasciò andare l’uomo, stringendogli la mano e complimentandosi per il suo ottimo lavoro.
Più distrutto si sempre, il Cacciatore si fermò a un’osteria sulla strada di casa, unico posto in cui poteva trovare conforto. Lì gli uomini parlavano tra loro della scomparsa della Luna e, ovviamente, chiesero il parere anche a lui su come e quando sarebbe finito il mondo. Egli rispose onestamente, sapendo che non era segno di una fine imminente, bensì un terribile errore. “Quando ci sarà un erede al trono con gli occhi dello stesso azzurro del giorno.”

“Davvero è questo quello a cui credi?” chiese uno beffardo “non per inondazioni o incendi o pestilenze, ma a causa di un bambino?” Tutti scoppiarono a ridere, il Cacciatore si strinse nelle spalle.

Ogni notte che passava, la Regina si svegliava da incubi di incendi e devastazioni. Dato che la Principessa era ormai cresciuta e aveva sposato l’uomo a cui era stata destinata, si consolava allora con i suoi ritratti. Ne ave a circa una dozzina e li voleva tutti con sé anche una volta nella tomba.
Il Cacciatore era tornato alla sua casa, nel profondo della foresta, che si promise di non lasciare più, e ogni tanto sorrideva per causa diverse: aveva un figlio ora, con un’aurea luminosa quasi abbastanza per sostituire le luci di un cielo ormai buio; continuava a dipingere, ma solo paesaggi; e poi aveva mentito alla Regina.
Non aveva raccolto tutti i pezzi di Luna per imprigionarli negli occhi dipinti della Principessa. Ne aveva tenuti circa la metà, nella stessa ampolla trasparente delle stelle, la riempivano tutta fino all’orlo. Li teneva come si fa per un sogno, con lo scopo di liberarli nell’aria un giorno e soffiarli via, in modo che potessero raggiungere la loro vecchia casa. Voleva rimediare alla sua razzia di stelle.
L’unico problema era la Regina che, lo sapeva, avrebbe ordinato che fossero nuovamente catturate. Temeva di lasciare quel mondo senza aver portato a termine la sua missione, così ne aveva parlato al figlio, nel cui volto di bimbo si era aperto in un sorriso sincero dopo aver saputo di avere le stelle nelle sue mani.

“Non le hai mai viste nel cielo, figlio mio, libere e sparse come è la loro natura e per questo mi dispiaccio. Devono essere liberate, e spero che riuscirai a farlo tu, anche se non ci sono garanzie di successo. Voglio che tu abbia figli e figlie quando sarai più grande e che possa crescerli nel migliore dei modi, perchè non so per quanti anni ancora non nascerà una Regina convinta che le stelle debbano cadere per lei. Trattale con gentilezza, le stelle, abbine cura, amale. La Regina può avere un regno a suo nome e il diritto di governare su migliaia di persone, ma penso che tu sia d’accordo con me quando dico che questa polvere lucente è un tesoro molto più grande.”

Il ragazzo, con gli occhi fissi sull’ampolla e sulle stelle che a malapena riusciva a contare, sorrise.

“Non preoccuparti papà” disse, con voce innocente e sognante. “I dipinti sono effimeri, ma le stelle durano per sempre. Un giorno tutto il colore si sbiadirà da quegli occhi, i ritratti si sfladeranno, ma le stelle non saranno cambiate di una virgola. Poi qualcuno le separerà dalla polvere e soffierà su di loro per restituile al cielo, qualcuno che ci tiene quanto te. Oppure”, aggiunse con foga, “forse troveranno la loro strada da sole, senza aiuto, ricordando che l’unica direzione che possono prendere è verso l’alto. E poi, fra un milione di anni, o quello ancora dopo, riappariranno nel cielo, una per una, nello stesso modo in cui sono cadute.”

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Vento

Un uomo saggio una volta mi disse
che il vento racconta più storie
di quanto le parole facciano
in una vita intera.

Non gli ho creduto.

Ma poi ho sentito:
il grido del lupo,
il sussurro delle fanciulle.
Lo spirito ha tremato.

Arrenditi!

Le porte si erano aperte:
passo
dopo
passo
le foglie scricchiolavano
accartocciate sotto i miei passi.

Mi sono fermata sotto al salice,
sentendo nel suo tocco gentile quello di lui.
Poeta della natura, quanto è bella
l’eterna sinfonia degli elementi.

rabbia
gelosia
tradimento,
egli li raccontava, per poi farli sparire.

paura
solitudine
disperazione,
egli li portava con sè, poi li scacciava.

felicità
speranza
amore,
egli li conosceva, li spandeva nell’aria.

Ho guardato verso le stelle,
la mia casa,
e mi sono ricreduta:

Il vento mi ha raccontato più storie di quanto le parole possano fare in una vita.

Photo by Nicholas Scarpinato
by Nicholas Scarpinato

Riparazione e Sostituzione

Mi piace che nel mio ufficio entri la luce. La luce sfarfallante del giorno attraverso le tende è una sorta di ipnosi che mi tiene concentrato. Che ore saranno, mezzogiorno? Non lo so con certezza, non ho orologi e non mi interessa più di tanto tenere conto del tempo. Serve solo per metterti fretta, e il mio lavoro è troppo importante per essere messo sotto pressione.
Lavoro alla Cuori Infranti-Riparazione e Sostituzione, s.p.a. Io sono uno di diverse migliaia nel reparto manutenzione. E ‘il mio lavoro … Beh, penso che il suo senso principale sia descritto abbastanza bene dal titolo della società. Ogni anno miliardi di cuori si riversano nel nostro magazzino in scatole che vengono ispezionate e, se necessario, vengono riparati; in condizioni estreme anche sostituiti.
La mia sedia scricchiola quando mi ci appoggio, sguscio tra di essa e il tavolo per non farla soffrire troppo. Come solitamente succede, c’è una scatola che mi attende sulla liscia superficie della scrivania. Taglio con cura il nastro argenteo che la impacchetta, poi sollevo delicatamente il coperchio. ci vuole sempre delicatezza. Guardo. Un cuore spezzato. Ogni singolo frammento pulsa lentamente, illuminando sistolicamente di viola tenue l’interno della scatola. Metto gli occhiali da lavoro, infilo i miei guanti di lattice e li tiro fuori, portandomeli vicini al naso.
Si nota che questo cuore era già stato spezzato, ma il lavoro che ci hanno fatto sopra è davvero scadente. Ci sono cicatrici e sicuramente hanno usato troppa supercolla, infiltrata e indurita sull’esterno. Giro tra le dita i vari pezzi,ma uno mi colpisce e lo guardo ancora più attentamente. Rimango senza fiato. Un foro, piccolissimo, rotondo e perfetto. Non l’hanno aggiustato, è lì da diversi anni, si vede dal tessuto nerastro che lo circonda. Come può essere stato dimenticato? É imperdonabile!
Tiro fuori il file del cliente dalla tasca interna al coperchio. Sfoglio l’ispezione e i documenti della riparazione, sul fondo la firma di John Johnson. Ah, molti cuori hanno subito le conseguenze del suo lavoro sciatto, ma è figlio di uno degli Alti, quindi gli usano clemenza.
I pezzi grossi gestiscono la nostra azienda. Raramente si avventurano fuori dalla loro sala del consiglio, e quando lo fanno significa che qualcuno è davvero nei guai. Tutti vestiti impeccabilmente, la parrucca incipriata e così alta che quando passano sbatte nei lampadari. Sai che son in movimento quando vedi una lampada oscillante.
Stanco di brontolare da solo, mi rimetto a lavorare, separando i pezzi su un panno di seta bianca. Devo determinare se tutti sono stati contabilizzati, la lunghezza e gli angoli di ogni rottura, le condizioni di ogni singolo pezzo. Nel frattempo ho tirato fuori dal mio cassetto i pennelli, la supercolla, e il vasto assortimento di strumenti per le riparazioni.
Trascorro quattro ore mettendo il cuore di nuovo insieme, lentamente ma costantemente. Un balletto delle dita delle mani e degli strumenti lucenti che lavorano insieme con precisione, guadagnato in più di cento anni di pratica. Questo è uno dei vantaggi di lavorare qui. Il piano sanitario. Maggiore durata. Raddoppiano o triplicano il tuo tempo qui sulla Terra se lavori alla Cuori Infranti-Riparazione e Sostituzione, s.p.a.

Ricordo ancora il giorno in cui sono stato avvicinato. Era nei miei primi anni venti. Io, apprendista di un orologiaio sul punto di essere arruolato in una guerra, ero spaventato. Avevo bevuto le mie paure e le avevo affogate nel whisky, così mi ero perso in un vicolo senza capire, in preda alle lacrime. Dagli occhi appannati notai appena un uomo vestito di scarlatto che mi si avvicinava. La sua mano afferrò la mia e mi aiutò a rimettermi in piedi, scuotendo con calma lo sporco via da me. Si presentò come Mr Phlegm, la sua voce aveva un leggero accento che non riconobbi. Era un bell’uomo sulla trentina, con i capelli biondi dorati e quei penetranti occhi marroni, uno sguardo quasi scherzoso. I suoi denti brillavano luminosi mentre parlava. Ero letteralmente trafitto dal suono della sua voce e dalla sua presenza, non ero del tutto sicuro di aver sentito una parola di quello che aveva detto. Mi accompagnò a casa e mi promise di farmi visita prima o poi.

Sigillo in posizione il frammento finale, poi mi asciugo il sudore con la manica. Il cuore è ora di un incandescente viola e palpita con forza. Questo non è il risultato che volevo. Avrebbe dovuto tornare di un rassicurante rosso e calmarsi. Controllo le toppe che ho usato per sigillare il minuscolo foro e rimango spiazzato. Una sostanza nera come il buio aveva versato dal cuore e distrutto il mio lavoro. Questo cuore è andato a male.
Sbatto i pugni sulla scrivania, la sedia stride sgomenta alla mia rabbia. Il mio stomaco brontola per gli acidi, odio la sostituzione di cuori. Negli ultimi anni ho cominciato a nutrire un interesse più profondo verso le anomalie dei soggetti il cui cuore è stato sostituito. Ogni tanto il corpo respinge il cuore e la persona cresce amara. Il soggetto tende a devastare il cuore degli altri per saziare la propria amarezza; lascia una scia di dolore e molto lavoro per noi. I file dicono che non ci sono correlazioni, non mi hanno mai fatto stilare dichiarazioni ufficiali.

Era stato un paio di anni dopo, fu allora che rividi Mr Phleg. Nel mentre avevo preferito combattere i miei demoni interiori facendo il volontario piuttosto che aspettare che l’ignoto mi fagocitasse. Non era una questione di combattere per la giustizia, o contro il nemico che era là fuori a distruggere il nostro tenore di vita. Era più per il mio essere un piccolo uomo spaventato, eseguivo gli ordini e basta.
Dicevano che la guerra sarebbe stata breve, che noi avevamo la mano di Dio dalla nostra e che tutto sarebbe finito in poco tempo. Ho visto molti perdere la speranza in quel periodo, morte dopo morte. Immobili in attesa di essere vendicati. Era solo una questione di tempo prima che incontrassi il mio destino sul campo di battaglia: un malfunzionamento di uno dei nostri cannoni.
Mi svegliai disorientato, steso sulla mia schiena. Un ronzio nelle orecchie, il mio corpo tormentato dal dolore. Inclinai dolorosamente il collo e guardai verso il mio stomaco, non era un bello spettacolo. La vita lentamente fluiva fuori di me. Quanto del danno fosse stato causato dalla commozione cerebrale e quanto dal cannone, non saprei dire. Non importava. Sapevo che sarei morto prima o poi, ma speravo non in modo lento e doloroso. Con le poche forze che mi restavano, mi portai la pistola di servizio alla tempia. Dio è dalla nostra parte, avevano detto.
I miei occhi erano socchiusi all’alto sole. Ero lì, il metallo pressato contro la carne. Il sudore ammollava il mio viso, lasciando un sapore salato sulle labbra screpolate. Non respirare, tutto sarebbe finito. Un’ombra si pose su di me. Provai a puntare la pistola sulla figura sconosciuta, ma non ce la feci ad reggerla. Sperai che mi uccidesse e basta, ma improvvisamente riconobbi la sua voce, con quel suo accento. “Non sono qui per ucciderti, sono qui per salvarti.” Mr Phlegm stava sopra di me, afferrava la mia mano. Si chinò, sussurrando al mio orecchio. Mi disse di un posto dove avrei potuto lavorare. Non ricordo se pensai che fosse pazzo, o se le mie ferite gravi mi rendessero pazzo, ma accettai. Stringendomi il braccio con l’altra mano mi tirò su.

Sono ancora seduto nel mio ufficio, con il cuore davanti a me. Mi turba. Sono pochi i cuoi associati a quei sintomi, ma questo è decisamente uno di quelli. Non voglio sostituirlo, dev’esserci un altro modo.
Potrei mettere il cuore a dormire. Il proprietario del cuore potrebbe trascorrere i prossimi anni della sua vita in una dolce tristezza, con un cuore in letargo, e perdere tutte le emozioni pure. La felicità non sarebbe stato altrettanto piacevole. I ricordi di quel periodo sarebbero sfocati, perché per il soggetto sarebbe come camminare attraverso una nebbia. Ma dopo i consueti cinque anni, il cuore sarebbe tornato per l’ispezione, e avrei potuto riattivarlo in quel momento. Il sonno gli avrebbe permesso la guarigione. Meglio perdere pochi anni di vita che distruggere quella di tutti coloro che ti stanno intorno, ma questa procedura non è mai stata permessa.
Una settimana fa mi sono avvicinato al baratro, spingendo per una prova umana. Stavo citando esempi recenti del caos creato da cuori andati a male e sostituiti. Pensavo che sarebbe andata bene, che la mia ricerca si poggiasse su basi solide, ma quando ho incontrato i loro occhi, ho visto che non era così. Solo riflessi di irritazione. Mr. Gutter, il presidente della società, aveva solo una cosa da dire: «Penso che sia meglio se utilizzasse le sue forze esclusivamente nel dipartimento R&S. Abbiamo altre persone in grado di affrontare queste cose. Si attenga a ciò che sa fare meglio: riparazione e sostituzione dei cuori.”
No! Non voglio rinunciare di nuovo. Apro il cassetto segreto e prendo un aggeggio che ho progettato. Un piccolo cubo iridescente. Mi siedo, poggio con attenzione il cuore su di esso, e il cubo viene assorbito. A prima vista il congegno è uno, intero, solido, ma dentro un cuore comincia a sfaldarsi e ad assomigliare ad un cubo di Rubik. Il cuore viene riordinato, il cubo inizia a vibrare e lo lascio andare. Ruota in aria, riempie l’ufficio di fasci di luce multicolore, poi, dopo pochi secondi, si riadagia nelle mie mani. Guardo. Il debole bagliore rosso di un cuore addormentato. Ho fatto bene ad agire in fretta.

Lavoravo per l’azienda da quasi sessant’anni quando ho incontrato Grace. La mia vicina di casa. Da poco la società mi ha trasferito, una procedura standard  ogni dieci anni. Grace era sulla quarantina, una vedova con due figli. Il tipo di donna che possiede un morbido calore nel modo in cui parla, una cordialità che faceva di lei la perfetta vicina di casa. In diverse occasioni l’avrei voluta invitare a cena, ma non l’ho mai fatto. Sospettavo la profonda tristezza in lei per la perdita del marito. Forse era per questo che invitava continuamente gente a casa. Doveva mantenere il sorriso come parte del suo make-up. Rendere felici gli altri, essere cordiale e ospitale per evitare che la ferita si riapra. Mi chiedevo ogni tanto come doveva essere il suo cuore.
Dopo diversi anni di vicinato e molte chiacchierate amichevoli, mi sono ritrovato a essere invitato a cena, ma non come parte di un gruppo. Solo lei e i suoi bambini. Non ci ho visto niente di male, o di bene, così sono andato. Più di una volta.
Come è possibile che io, che ho lavorato sui cuori giorno dopo giorno non vedessi i segnali di pericolo? Lei si era affezionata a me, e coltivando la nostra amicizia, lanciavo corde di collegamento tra i nostri cuori. É una delle cose che ho dovuto rinunciare per il mio lavoro: i dipendenti della Società non sono autorizzati ad avere relazioni romantiche. Non ci è permesso di amare. Un altro pezzo della nostra umanità a cui rinunciare per una nostra maggiore durata, e per uno standard di vita da benestante. Una delle cose che mi erano state sussurrate nell’orecchio il giorno in cui mi sono iscritto.
Era solo una questione di tempo prima che le emozioni di Grace avessero la meglio su di lei. Forse, anche su di me. Non sono sicuro di chi sia stato il primo a baciare l’altro, mentre entrambi stavano lavando i piatti della cena. Ma è successo e mi sono lasciato andare. La società mi ha trasferito immediatamente e non l’ho mai più rivista. Almeno, non faccia a faccia.
Un anno dopo un cuore è arrivato sulla mia scrivania. La cosa peggiore che avessi mai visto: parti mancanti, rotture ripetute, e tanti piccoli pezzetti. Spinto dalla curiosità ho tirato fuori il file, cosa che di solito riservo a dopo che il lavoro è finito. Il dolore della mia scoperta si è stampato sulla mia faccia. Era il cuore di Grace. Le probabilità che finisse sulla mia scrivania non erano solo infinitesimali, ma quasi impossibili. Avrei dovuto trasferire il compito a qualcun altro, ma non potevo. Fissavo il casino molto letterale che avevo combinato nella mia stoltezza e dovevo essere io a riordinare quel cuore.
Per due giorni ho lavorato sul suo cuore. Dormivo nel mio ufficio solo per poche ore. Ho fatto tutto quello che potevo, dopo tutto io ero uno dei migliori che la società poteva vantare. Se non avessi risolto il problema, se non fossi riuscito… il cuore era viola incandescente. La procedura stabilì di sostituirlo, era la prima volta che sperimentavo la sostituzione di un cuore.
Alcune telefonate più tardi, un cuore nuovo venne poggiato sulla mia scrivania. Chiaro. Senza vita. Ho toccato quello vecchio, il suo battito cardiaco era cessato. Il nuovo era pieno di ritmo. Ho messo il cuore nuovo nella sua scatola, e l’ho portato al magazzino per la spedizione. Anche se andavp contro la politica aziendale ho tenuto d’occhio quel file e quando fu il tempo della revisione, la Grace che avevo conosciuto era sparita. Secondo il file non aveva più amici e si era allontanata dai suoi figli. Era diventata amara. Per la prima volta sentii dire che la sostituzione del cuore non aveva nulla a che fare con il cambiamento di una persona. Ero giovane allora, e non lo mettevo in discussione. Non ho mai più guardato il file di Grace.

Sto praticamente correndo per i corridoi dell’azienda, ricevo ogni sorta di sguardi strani dai miei collaboratori. Non ho tempo per curarmene, devo arrivare al magazzino e posizionare la scatola sul nastro trasportatore. Una volta lì, sarebbe tornata al suo proprietario, fuori delle nostre mani.
So che il consiglio può far presto ad accorgersi di qualsiasi cosa. Ha modo di guardare tutti noi e di assicurarsi che non facciamo di testa nostra. Cammino veloce e mentre mi trovo in procinto di girare a sinistra vedo la sicurezza, vestita di verde, che mi scruta. Vado a destra. Si fa più lunga in questo modo, ma non ho scelta. A pochi centinaia di metri altre guardie…Mi volto e prendo uno di quei gorilla alla sprovvista, un pugno in faccia. L’ho steso, corro a tutta velocità, ansimando. Mi sto mettendo in guai seri, ma ne vale la pena.
Sento una scossa dolorosa pervadere il mio braccio sinistro, mentre sbatto su una delle porte del magazzino. Busso freneticamente, gesticolando a un ragazzotto che non ha scatole per le mani. Mi apre con la faccia sgomenta.
Posso sentire il rumore di stivali di sicurezza dietro di me.
Non ho tempo.
Nel momento in cui raggiungo il nastro trasportatore, una guardia di sicurezza raggiunge me.
Ho posizionato la scatola, cerco di tirare la leva, ma lui è troppo forte; non sono vecchio, ma nemmeno così giovane come mi pareva di essere.
Sto per fallire.
La guardia è sopra di me, cerca di bloccarmi sotto il suo peso elefantiaco. L’unica cosa che mi viene in mente è tiragli una testata. Secondi di dolore e di nuovo. Tiro la leva! Non mi resta che tenere la guardia impegnata abbastanza a lungo da permettere alla scatola di raggiungere il mondo esterno. Altre quattro guardie si stanno avvicinando.
Salto sul nastro trasportatore, afferro la scatola e corro. Salto parecchie altre scatole, vedo con la coda dell’occhio che uno degli operatori si sta avvicinando alla leva, probabilmente per posizionarla sulla retromarcia. Salto. A mezz’aria butto la scatola nell’apertura luminosa, poi cado a terra, dieci metri più in basso.
Gemo, sono sicuro di avere più di un osso rotto, ma guarirò in fretta. Un altro dei miei capricci senza fine. Diverse guardie mi si avvicinano e mi afferrano, facendomi sentire un pupazzo dolorosamente conscio di sè. I pezzi grossi sono già in piedi davanti di me. Vedo le lampade oscillare in lontananza.
“Bene, Mr Phlegm, sembra che stiate provando la vostra prima emozione umana.” dico, prima che tutto diventi buio.

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