Innamorata

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C’era una volta una ragazza che si era innamorata del cielo notturno.

Aveva visitato tanti planetari e letto molti libri di astronomia per bambini. Aveva imparato a distinguere ben venti costellazioni diverse e, ogni volta che il cielo era sgombro dalle nuvole, le cercava nel buio. Aveva persino costretto suo padre ad attaccare tante stelline di plastica fosforescente al soffitto della sua cameretta, seguendo la mappa stellare che aveva disegnato lei stessa. 

Una volta ad una dimostrazione aveva assaggiato il gelato disidratato che mangiano gli astronauti nello spazio e si era convinta che fosse il cibo più buono che avesse mai provato.

Col passare del tempo aveva imparato a conoscere molte cose sull’universo, gli asteroidi, i buchi neri, le strane e invisibili forze che governano lo spazio. Il cielo notturno era per lei molto più di un semplice cielo, era un enorme forziere pieno di segreti di posti ultraterreni.

Pian piano questo amore si trasformò in qualcosa di più profondo, in un desiderio inespresso. Voleva conoscere più che figure e modelli in scala, era sicura che là fuori nell’universo ci fosse qualcosa che non avrebbe mai potuto trovare sulla Terra. Questo pensiero si faceva sempre più strada in lei, quasi faceva male.

Una notte se ne stava sveglia a guardare il soffitto a pensare al cielo, una scura coperta ricamata da milioni di stelle e soli lontani. Chiuse gli occhi e allungó una mano immaginaria, pensando di poter toccare l’universo. Il suo letto scomparve, i muri scomparvero, silenziosamente, e lei si trovò a volare oltre il sistema solare, oltre la galassia. Volava e volava, sempre più lontano. Era così impegnata nel suo viaggio immaginario, che si spaventò abbastanza quando sentì qualcosa sfiorarle la mano immaginaria e iniziare a parlarle.

“Chi sei?” le chiese. Era una figura luminosa, strana ed eterea, difficile da descrivere.

“Sei un alieno!”, gridò lei. “Da dove arrivi? Come mi hai trovata?”

“Vengo da una dimensione piuttosto lontana, un universo fluido ed enorme. È molto bello qui”, disse l’alieno. “Da casa mia posso osservare più o meno tutto quello che voglio e lo posso raggiungere. Tu volevi trovare me, o qualcosa di simile a me, e io volevo imparare di più.” Fece una pausa, lei si sentiva osservata. Finalmente parlò di nuovo.

“Sei unica, non ho mai incontrato nulla di simile prima. È molto difficile che qualcuno riesca a trovarmi.”

La ragazza lo guardava. “Portami con te”, pregò.

La creatura sembrò sorpresa. “Dove?”

“Ovunque! Portami in tutti i posti in cui sei stato, fammi conoscere altri alieni. Basta che sia molto molto lontano da qua.”

“Non posso.”

“Perché?”, chiese lei con le lacrime agli occhi.

L’alieno sembrava dispiaciuto. “Siamo molto diversi. Possiamo comunicare, ma non credo che sopravviveresti a un viaggio tra le galassie. Per trasportarti in sicurezza dovrei prima alterare la tua forma e farti diventare praticamente una parte di me.”

“Sarebbe doloroso?”

“No, ma ti altererebbe per sempre e fidati quando dico che non lo vorresti.”

La ragazza considerò quelle parole. “Ho aspettato tutta la vita di incontrarti. Ho sempre pensato che ci fosse qualcuno qua fuori e ora ti ho conosciuto e ti hai viaggiato così lontano…” la sua voce si spense in un sussurro nel vuoto tra le stelle. “Sai, sarebbe davvero terribile se mi lasciassi ora.”

“È così brutto il posto da cui vieni?” le chiese.

“Sarei molto più felice con te.”

L’alieno annuì con interesse. “Posso fare una cosa per te allora. Ti manderò indietro con un frammento di me.”

“Davvero?”

In risposta la ragazza sentì qualcosa esplodere nella sua mente. Le sembrava come se ci fosse un fiore dentro di lei che stava sbocciando, con milioni di petali, ognuno era un pensiero nuovo e diverso. Improvvisamente sapeva cosa si provava ad essere al centro di una supernova, come erano le tempeste di ghiaccio su strani pianeti brillanti, com’era attraversare diverse dimensioni dove forme indistinte si univano e danzavano come lingue di fuoco. Provó tutte queste sensazioni in un secondo e capì che erano le esperienze dell’alieno.

Nel mezzo di questa esplosione vide se stessa, come se stesse guardando uno specchio, solo che vedeva cose mai viste prima. Cellule, atomi, memoria, pensieri, sogni e desideri, uniti in un disegno ipnotico che riluceva proprio come una stella.

La visione svanì, lasciando il posto a immagini sbiadite, mentre la ragazza scivolava verso casa e la bellissima creatura che per tanto tempo aveva sperato di incontrare svaniva nel buio dello spazio con un arrivederci. 

Si ritrovò nel suo letto, era ancora notte fonda. Era stato tutto un sogno?

I giorni passavano, la ragazza vedeva tutto con occhi diversi, nella sua mente un petalo si apriva per ogni nuova scoperta. 

Una sera prese il telescopio ed andò su una collina erbosa. Ci guardò attraverso, ma invece di puntare al cielo si ritrovò a osservare le luci della città che brillavano in lontananza. Erano belle, come se il cielo fosse caduto in terra con tutte le sue stelle.

Mentre tornava a casa guardò in su, pensando all’universo. Per la prima volta si sentiva in pace, al posto giusto. Una nuova sensazione si fece spazio in lei: si era innamorata del mondo.

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Le domande

Dall’alto dei miei 43 giorni da madre, mi sono resa conto che ci sono cose che non si possono dire a una neomamma. E che ovviamente sono quelle che ti chiedono tutti almeno venti volte al giorno. Parto con l’elenco:

  • Che fa la notte, dorme? Certo, la sera si imposta la sveglia per la mattina perché altrimenti non si alzerebbe. Ma che domande sono? È ovvio che non dorma! Non è ancora biologicamente pronto ad affrontare una notte intera, su!
  • Lo allatti tu? No, l’ho mandato a balia sui colli fiorentini, così mi cresce sano all’aria buona. Secondo te chi lo deve allattare se non io che sua madre??? Se poi intendi se lo allatto al seno o col biberon, beh, sono anche un po’ fatti miei.
  • (Conseguente) Hai il latte buono? Non l’ho assaggiato, fonti certe dicono che ai bambini il latte piaccia, prova a chiederglielo un po’! 
  • Fa il bravo? E che deve fare, progettare di conquistare il mondo? Fa quello che fanno i neonati: piange, dorme, mangia, evacua e ogni tanto sorride a tutte gengive. Fine.
  • Perché non ti riposi? Dormi quando dorme lui! Allora, chiariamoci. Il mio compagno è fantastico, aiuta molto, ma fortunatamente lavora. Perciò quando il pupo dorme io ho giusto il tempo necessario a pulire casa, mettere in ordine, preparare i biberon, fare lavatrici, lavare i piatti e forse farmi una doccia. E poi i pisolini veri, quelli lunghi, se li fa o in collo o mentre passeggiamo sulle buche dei marciapiedi. Perciò capisci anche tu, no?
  • Piange? No, no, lui già declama la Divina Commedia a memoria. Secondo te piangerà??? Ha 40 giorni cosa deve fare, venire da me e dirmi Madre potrebbe gentilmente cambiarmi il pannolino, chè mi par d’essere umidiccio e la cosa non mi aggrada? Dico. 
  • (Oppure) Perché piange? Ha appena saputo che sta tornando di moda il telefono fisso e si è commosso perché gli piace il vintage.
  • Cresce? L’hai visto settimana scorsa ed era la metà, che dici? 
  • Maschio o femmina? Se l’ho vestito tutto blu e ha un bavaglio con scritto Mattia, o sono scema io, o vuole fare il transgender, oppure è un maschio.
  • (Conseguente) Ma dai, è così bello che dev’essere una femmina! Nnnnno credimi sono sicura, è un maschio. Non gli tolgo il pannolino perché è febbraio e prende freddo.
  • Vedrai che a tre mesi le coliche gli passano! Chiariamoci. Tre mesi con un povero bimbo urlante dal dolore sono eterni. Sia per noi genitori che per lui. Quindi zitti tutti per favore e incrociate le dita che il Colimil funzioni.
  • Piange, ha sicuramente fame/sete/mal di pancia/dovrà essere cambiato. Tutti che capiscono al volo i bisogni di mio figlio, tranne me che lo cambio, lo lavo, lo nutro e lo cullo. E lui è lì che piange. A volte non c’è spiegazione, piangono e basta. Te ne fai una ragione, gli ripeti che passa tutto e aspetti che smetta.
  • L’hai cercato? Sì, allora, è andata così: il mio compagno ha organizzato una caccia al tesoro, io ho trovato tutti gli indizi, risolto gli enigmi e alla fine l’ho trovato in un parco dietro a un cespuglio. 
  • (Quelle rare volte in cui esco senza scorta) E il bambino l’hai lasciato solo? Eh sì, è in autogestione. Ha detto che forse invita degli amici e portano l’erba. Ma secondo te lo lascio solo??? Ha babbo, nonni e bisnonna a controllare che respiri mentre dorme, più di così?

Allora

Dato che qui da noi non sembra più di state affrontando l’inverno siberiano, con tanto di vento a millemila chilometri orari, io e MiniMe sono due giorni che mettiamo la cappottina alla carrozzina e usciamo a goderci un po’ di sole. E a fare shopping. Non so se è dovuto alle pillole che ho preso per far calare la prolattina, tra i cui effetti collaterali cito:

“gioco d’azzardo patologico, disturbi psicotici, aumento dell’inclinazione a spendere denaro”

ma è una settimana che ho l’insana pulsione a buttare i miei risparmi in vestitini per la creatura e cavolate astronomiche per me. 

Comunque, a parte questo, vorrei far presente una cosa a Nardella: le strade e i marciapiedi di Firenze fanno schifo. Faccia qualcosa, grazie.

In un tragitto di due chilometri, che ho fatto in quaranta minuti, ho trovato:

  • marciapiedi senza discesa/salita
  • buche, tantissime buche 
  • pali della luce tutti bellini in fila in mezzo al marciapiede
  • strisce pedonali inesistenti 
  • strade divelte dalle radici dei pini
  • scalinate con salita/discesa per carrozzine solo da una parte, quindi arrivati in fondo la carrozzina te la devi mettere in groppa e farla scendere a mano per tutte le scale 
  • cacche ovunque 
  • semafori per pedoni eterni, nell’attesa MiniMe ha imparato a parlare 

Alla fine l’opzione più sicura è mettersi con carrozzina e pupo in mezzo alla strada insieme alle macchine e fare brum brum con la bocca per mimetizzarsi. 

Che poi uno che deambula tranquillamente senza attrezzi da portarsi dietro non ci fa mai caso a queste cose, possono dare un po’ fastidio sì, ma passa oltre. Invece quando ti ritrovi a dover andare in giro con le ruote allora sì. E io ho braccia e gambe funzionanti e un peg-perego di 51cm di larghezza, pensa a chi si deve muovere tutti i giorni con una sedia a rotelle che lotte deve affrontare. Ci credo che mia nonna, che adesso ha un’età rispettabilmente elevata e le ginocchia malandate, preferisce stare a casa a guardare “i pacchi”, piuttosto che uscire e rischiare di rompersi una tibia. 

Ho già scritto una mail al comune in stile mammaincazzata, chissà se la apriranno. Abbiamo una città così bella, dovrebbe essere vivibile da tutti, non far passare la voglia di mettere piede fuori casa.

Basta con ‘ste bici

Allora, chiariamoci. Al prossimo che mi chiede come sta andando la maternità e che alla mia risposta sincera ribatte con 

Hai voluto la bicicletta? E ora…

parte la mossa del dragone, mano di taglio alla giugulare e ciao. 

Fare la mamma è stupendo, ogni giorno c’è una nuova scoperta e una soddisfazione in più, però è anche stancante e non ti dirò mai il contrario, ma non per questo vuol dire che mi sto lamentando. E comunque anche se uno compra la bicicletta, per quanto gli piaccia non è che poi ci va in giro tutto il giorno senza mai fermarsi eh, per dire. Che paragone del cavolo.

Il neonato non è una bicicletta, è più una montagna russa che ci monti e non scendi più. E sì che la gente ha passato mesi e mesi a dirti che una volta salita la prima sosta sarebbe stata dopo un bel po’ di settimane, ma non ci facevi molto caso. Poi arrivi ad agganciarti le cinture e ti viene in mente che in effetti potrebbe venirti un pochetto di nausea a un certo punto. 

Ma va bene, basta prendere il ritmo e dopo un po’ non fai più caso ai giri della morte e ogni tanto riesci anche a dormire per quasi quattro ore. E ti svegli pure riposata! 

Il mio stupendo ottovolante

4 settimane

Eccoci qua, sono passate quattro settimane da quando è nato, già un mese. Ormai non mi rendo conto del tempo che scorre, così veloce.

Innegabilmente è stato un mese pesante e duro da affrontare, ma ogni smorfia del mio cucciolo d’uomo ripaga la fatica. 

Purtroppo ho avuto (e sto avendo, in risoluzione) grossi problemi con l’allattamento, che ogni tanto mi hanno fatto desiderare di svegliarmi il giorno dopo senza più latte, così non avrei dovuto affrontare un calvario e non mi sarei dovuta addossare la colpa di essere una madre a cui allattare non piace. Che poi non è che non mi piace, è che è proprio una tortura. Ogni pianto di Mattia era un pianto anche mio, ogni volta che sistemavo il cuscino da allattamento mi veniva il magone e ricacciavo indietro le lacrime. E giù di creme, oli, tinture, tieni le poppe all’aria con la casa ghiaccia, paracapezzoli di tutti i tipi, coppette d’argento antibatteriche…

Tutto per il mio bambino, tutto.

Però ci sono dei limiti. E io li avevo abbondantemente superati. Ci sono persone (mamme, ostetriche, dottori, vicini di casa, etc etc) che ti guardano storto se dici che non allatti, che ti giudicano una madre incosciente perché “il latte materno è l’alimento migliore per tuo figlio”, “gli passi gli anticorpi”, “il legame madre-figlio si fortifica” e blablabla. 

Stavo letteralmente impazzendo, perciò mi son detta che arriva un momento in cui te ne devi fregare di quello che pensano gli altri, e questo è quel momento. Come posso vivere la maternità e il rapporto con il mio bimbo se ogni volta che si sveglia vorrei trovarmi da un’altra parte? Non va mica bene. Perciò, d’accordo con l’ostetrica che ci segue, ho comprato il latte artificiale e gli ho dato un biberon. Non è esploso, non è diventato verde, ha mangiato, fatto un rutto da campioni e si è messo a dormire sulla mia spalla. E io mi sono sentita riavere. 

Adesso si scola una volta il latte artificiale e una volta quello mio tirato, per il futuro staremo a vedere. I sensi di colpa spariranno pian piano, l’importante è che io e Mattia siamo sereni. La sanità mentale prima di tutto! 

Ristorante sempre aperto

In queste settimane di mammitudine ho imparato una cosa: gravidanza e parto non sono niente, la parte più difficile della maternità è l’allattamento (per me).

Si fa presto ai corsi preparto a parlare di attacco giusto, prese standard, a rugby, a pochette, sottosopra, di mastiti, ragadi e ingorghi, e lì per lì pensi “sì vabè, non succederà mai”. E invece succede. 

Tu immagini te e il tuo pupo serenamente attaccati, con le sue manine paffutelle pacifiche sul tuo seno, in un idillio di ciucciate e pisolini.

E invece nella realtà ti tocca combattere con un aquilotto stridulo che piange perché vuole mangiare, ma è così arrabbiato che non si attacca alla tetta e quindi si incazza ancora di più e di conseguenza non si attacca e via andare. Poi quando alla fine riesci a infilargli la poppa in bocca con una manovra di torcimento estrema, ecco che si mette a ciucciare con la voracità di un cucciolo di iena e i tuoi capezzoli escono sconfitti dal confronto.

E ti vengono le ragadi. E tiri in ballo i santi ogni volta che deve mangiare, perché hai voglia a mettere creme e copricapezzoli d’argento che manco Robocop, il seno rimane un campo di battaglia. Anche perché per ora tu mamma che allatti a richiesta hai la funzione di latteria su gambe, quindi il pupo potrà chiedere la poppa anche tre volte in due ore e dovrai dargliela per evitare che pianga fino a svitarsi le mascelle.

Lo attacchi e dopo 30 secondi di dolore passa tutto e il fagottino se ne sta lì a ciucciare beato. A un solo seno però, perché l’altro inevitabilmente sarà il meno preferito e quindi si dimenerà come un’anguilla quando proverai a offrirglielo. Sopratutto di notte. La notte sarà il momento della giornata preferito per piangere e fare pipì infinite che puntualmente fuoriescono dal pannolino e bagnano letto, mamma e babbo. Un po’ anche il gatto quando si avvicina troppo.

Ho infilato parecchi riferimenti al mondo animale, forse perché vedo Mattia come un cucciolo di uomo?

Amore mio. Il mio regalo inaspettato.

Fare la mamma è meravigliosamente dura.

7 giorni

È già passata una settimana. Sono mamma da 7 giorni. E, come ho scoperto ieri, continua lo strano calcolo matematicoastronomico iniziato in gravidanza e Mattia è considerato di 8 giorni anche se 13-6 fa 7. Mio figlio è già avanti insomma.

Allora, inizio col dire che non farò mai più figli. Lui è sicuramente il miracolo più strepitoso che la vita mi ha donato, è perfetto e partorirlo è stato un altro regalo della Natura, ma direi che basta così.

Non ho più fiducia nelle mamme che mi dicevano “Una volta uscito vedrai che non sentirai più nulla”, oppure “Il dolore lo dimentichi un secondo dopo che è nato”, o ancora “Vedrai che quando sarai lì a spingere non sentirai più male è vorrai solo vederlo”. No. Bugiarde. 

Ebbene, il mio è stato un parto di quelli facili, lineari, contrazioni-acque-spinte-fatto, roba che molte donne firmerebbero un patto con la Fatina della Fecondità. 

La mattina del 5 sono andata all’ospedale perché mi sentivo strana, mi hanno visitata e rassicurata che non era ancora tempo e di tornare la settimana dopo. La notte alle due ero di nuovo lì con le contrazioni ogni cinque minuti, alle quattro e mezzo dato che praticamente lo stavo per fare in corridoio mi hanno fatta entrare in sala parto e alle 5.24 è nato Mattia, che manco era uscito del tutto e già piangeva come un aquilotto. Ed era già bellissimo.

Però che dolore. Se Chico non fosse stato con me penso che avrei chiesto di essere sedata e svegliata una volta finito tutto.

Devo ringraziare le ostetriche di turno durante la mia degenza se non sono totalmente impazzita, perché essere catapultati da un giorno all’altro in un universo di pannolini e pianti senza causa definita non è facile. Un appunto particolare va alla Madre Ostetrica, una donna di settant’anni minimo con gli occhi azzurro cielo e i capelli bianchi e rosa, che durante un controllo mi fa:

“Quanti anni hai?”

E io “Venticinque”

“Si vede” e già mi aspettavo di sentire un commento su quanto la mia pelle di pesca senza una ruga trapelasse sotto lo strato di stanchezza, ma poi ha terminato: “hai dei perfetti genitali intatti!” 

E quindi niente, fa piacere che qualcuno noti le piccole cose.

Adesso siamo a casa e io e Chico ci godiamo ogni versetto e sguardo strabico della nostra creazione, scattandogli così tante foto che nemmeno un modello di Vogue. Sono giornate impegnative, praticamente fatte di pause tra un cambio pannolino e una poppata, però non avevo mai provato una gioia così grande. Roba che guardo Mattia e mi metto a piangere per quanto sono felice. 

La Vita è davvero straordinaria.

Attesa

Ieri primo tracciato.
Arrivati in anticipo, passati subito all’accettazione e fatta accomodare dopo cinque minuti. Le ostetriche si congratulavano addirittura tra di loro per la velocità con cui riuscivano a gestire gli appuntamenti, ricordandomi tantissimo i fenicotteri di Fantasia 2000.

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Perciò eccoci là, quattro ciccione attaccate alle macchine per la cardiotocografia, un concerto di cuorini che battevano tutti insieme ad un minimo di 120 battiti al minuto. Fra l’altro io mi stavo per complimentare con MiniMe per il suo ritmo da atleta di 125/130 bpm, quando l’ostetrica capo mi guarda e mi intima di alzarmi in piedi per dargli una svegliata. Poverino, per una volta che dormiva. Infatti mi ha tirato una bella testata e da lì non ha più smesso.
Una volta decinturate ci hanno fatte accomodare fuori, su quelle comodissime seggioline di plastica verde, che per il coccige di una donna incinta somigliano più ad un letto di chiodi che ad altro.
Io e Chico ci guardiamo. Vabè, sono stati così rapidi, ci vorrà massimo una mezzora vedrai.
A questo punto:

  • è arrivata un’orda di indiani, una famiglia di quattro generazioni, e per capire che cosa volessero ci si sono dovute mettere in quattro
  • una cinese che aveva per forza bisogno dell’interprete ha avuto la precedenza perchè l’unica dottoressa in grado di capirla stava finendo il turno
  • il ginecologo si è trovato improvvisamente impegnato in un ricovero
  • la ginecologa era dispersa
  • le ostetriche sono andate in pausa
  • è arrivata una donna che non parlava nè italiano, nè inglese, nè alcuna lingua comprensibile, ma stava evidentemente male e quindi è stata visitata d’urgenza
  • il ginecologo si è liberato, ma a quel punto mancavano le stanze per visitare

Morale: quattro ore di attesa. Io stavo praticamente facendo la bava, quella accanto a me stava per svenire dalla fame ma non voleva alzarsi per paura di perdere il turno e Chico roteava la testa di 270° come i barbagianni.
Alla fine alle 13.22 mi hanno fatta entrare per la visita e alle 13.28 ero fuori con la raccomandazione di riposare, bere e convincere MiniMe a lasciare il nido.
Non resta che aspettare.