“Non sarebbe grandioso se potessimo guardare una stella mentre esplode?”

Era proprio da lei dire una cosa del genere. La violenza scatenata dalla fine di un altro mondo le sembrava poetica. Se il nostro Sole fosse sull’orlo dell’esplosione, credo che se ne starebbe a braccia aperte per sentirne il calore.

“Non credo di voler essere così vicino”, le dissi.

“Ma è questa la cosa bella, non devi esserlo”. Ma sentivo che ancora non credeva ci fossimo avvicinati abbastanza.

Era così che finivamo, sempre, seduti in una macchina a guidare verso il nulla, nient’altro che il rumore delle gomme sulla strada principale e la compagnia delle stelle tremule sopra di noi. Ancora non riusciva a guardare abbastanza a lungo da catturare ogni dettaglio, così continuavamo semplicemente a guidare.

Si adagiò sul sedile del passeggero, i piedi sul cruscotto, fissando il tetto dell’auto come se in realtà non ci fosse.
“Quando le stelle esplodevano tanto tempo fa, gli uomini dipingevano quadri e scalpellavano pareti, chiedendosi se gli dei li stessero guardando. Cosa pensi che faremo quando riusciremo a vederne una disintegrarsi?”
“Scatteremo una foto.”
Mi guardò con quella tipica espressione che diceva: non hai nessuna immaginazione.

Stavo ancora cercando di capire se la nostra fosse una favola o una tragedia. Il pensiero che mi tormentava e mi impediva di dormire era esattamente questo: potrebbe essere entrambe?

Forse la speranza che non sarebbe mai finita mi faceva stare meglio. Ho sempre pensato al suono della strada sotto di noi come la nostra colonna sonora, un accompagnamento mentre appena toccavamo terra, sempre in movimento, sempre più veloci, più veloci, sperando che un giorno saremo riusciti a volare.

Ma se davvero ci fosse riuscito prendere il volo, sapevo che alla fine saremmo dovuti tornare giù.
E sapevo anche che avrebbe pensato che le supernove sono davvero, davvero, poetiche.

 

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