Eleonora

Mai più, ti dissi.
I tuoi occhi divennero domande che solleticavano i miei pensieri.
Accarezzami il collo con i tuoi denti e baciami con le tue ombre.
Un vecchio mi sussurrò una volta: Perché allora forse il brillare delle luci mi faranno svanire…

Ho pianto in silenzio per la perdita di questa persona, che una volta conoscevi.
Forse sto parlando per enigmi solo perché sono confusa.
“Eleonora”, mi chiamasti attraverso l’oscurità,
“Eleonora, oh mia dolce Eleonora.”
Volevo solo che stessi zitto.
Avevo finalmente trovato la disperazione dell’oscurità e non volevo che mi venisse portata via.
“Mio angelo perduto, Eleonora.” Accidenti a te, Edgar.
Una volta ti ho amato, ma col mio nome mi chiamavi lontano da quel litorale.

Così, corvo, sono venuta da te in un sogno a occhi aperti.
Mi sono seduta sul busto sopra la tua porta e ho aspettato che ti accorgessi di me.
Ero un uccello, potevo dire solo due parole.

Ho pianto per te mentre mi domandavi e riformulavi più e più volte.
Ti odiavo per avermi chiamato dal mio paradiso, ma allora capii che eri semplicemente uscito di mente a causa della mia morte,  così avevi perso ogni pensiero ragionato.
Ah amore mio. Ti conobbi come un folle, guidato dal bere nella speranza di rimanere in contatto con la realtà mentre scivolavi nel mondo sotterraneo.
Eppure allora niente volevi di più che scivolare sotto le assi del pavimento, dove si nascondeva il tuo cuore spezzato.
Volevo sapere se batteva ancora per me, ma tutto ciò che riuscivo a pronunciare era Mai più. Volevo sapere se stavi bene, ma dal mio becco non uscivano altre parole.

Mi hai chiamata: “creatura del male! – certamente profeta, sii tu uccello o demonio!”.
Mi hai chiesto se vivessi ancora su qualche spiaggia lontana, distante dal tuo amore imperituro.
Ti ho trafitto con i miei occhi neri e avidi e la mia lingua silenziosamente implacabile.
Ho visto la sanità mentale tornare a te con ombre nere striscianti vicino al camino e ho visto la tua casa bruciarti attorno, ancora seduta sul busto di Pallade proprio sopra la porta della stanza, solo perché non potevo tornare sulla riva avernale della mia notte.

Con il mio nome mi hai chiamata e qui siedo, in attesa, guardandoti e aspettando che lasci la tua ombra.
Allora tornerò nei miei mari tempestosi, trascinandoti con me nelle profondità della follia e ti mostrerò il significato della parola in questione.

Ti mostrerò il significato della parola dolore.
E la tua anima, fuori da quell’ombra che giace sul pavimento, sarà sollevata.

Mai più!

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Esplosione

“Non sarebbe grandioso se potessimo guardare una stella mentre esplode?”

Era proprio da lei dire una cosa del genere. La violenza scatenata dalla fine di un altro mondo le sembrava poetica. Se il nostro Sole fosse sull’orlo dell’esplosione, credo che se ne starebbe a braccia aperte per sentirne il calore.

“Non credo di voler essere così vicino”, le dissi.

“Ma è questa la cosa bella, non devi esserlo”. Ma sentivo che ancora non credeva ci fossimo avvicinati abbastanza.

Era così che finivamo, sempre, seduti in una macchina a guidare verso il nulla, nient’altro che il rumore delle gomme sulla strada principale e la compagnia delle stelle tremule sopra di noi. Ancora non riusciva a guardare abbastanza a lungo da catturare ogni dettaglio, così continuavamo semplicemente a guidare.

Si adagiò sul sedile del passeggero, i piedi sul cruscotto, fissando il tetto dell’auto come se in realtà non ci fosse.
“Quando le stelle esplodevano tanto tempo fa, gli uomini dipingevano quadri e scalpellavano pareti, chiedendosi se gli dei li stessero guardando. Cosa pensi che faremo quando riusciremo a vederne una disintegrarsi?”
“Scatteremo una foto.”
Mi guardò con quella tipica espressione che diceva: non hai nessuna immaginazione.

Stavo ancora cercando di capire se la nostra fosse una favola o una tragedia. Il pensiero che mi tormentava e mi impediva di dormire era esattamente questo: potrebbe essere entrambe?

Forse la speranza che non sarebbe mai finita mi faceva stare meglio. Ho sempre pensato al suono della strada sotto di noi come la nostra colonna sonora, un accompagnamento mentre appena toccavamo terra, sempre in movimento, sempre più veloci, più veloci, sperando che un giorno saremo riusciti a volare.

Ma se davvero ci fosse riuscito prendere il volo, sapevo che alla fine saremmo dovuti tornare giù.
E sapevo anche che avrebbe pensato che le supernove sono davvero, davvero, poetiche.

 

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Ricorderai

forse ti ricorderai
quel gelido dicembre
quando il vento soffiava
sempre più freddo
e ci siamo seduti vicini
come incatenati
legati dalla fluida passione
del nostro respiro

coccolati nel nostro sonnecchiare
in un amore rallentato
nel parco così vicino eppur lontano da casa
mentre il Natale aleggiava
tra sbadigli sonnolenti
dicevamo che i nostri cuori
non si sarebbero mai persi

se solo le mie mani mortali potessero resuscitare
le affonderei nella terra fredda che ti tiene legata

Un nuovo dicembre. E tra le lapidi, così, rifletto…

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