Certo che era umido, lo era sempre, da quando il più anziano degli anziani aveva memoria.
Nessuno ricordava quando la pioggia aveva iniziato a cadere, nessuno poteva prevedere quando sarebbe terminata. Le gocce si raccoglievano nei secchi, nelle grondaie, nelle buche della strada.
Avevamo imparato a conviverci, come aveva fatto ogni uomo, donna e bambino per anni e anni. Se non ci fosse stato il fango, sarebbe potuto essere quasi sopportabile.

Io, però, ne avevo abbastanza. Si sentivano soltanto storie di sole e luce e raggi che scaldano la pelle. Storie raccontate a tarda notte da mia nonna, o riraccontate da mio fratello con l’aggiunta di aneddoti gloriosi.

Non c’era niente che volessi di più che vedere il sole coi miei occhi. Mi consumavo nell’idea di vedere qualcosa di diverso da un triste grigio, di sentire addosso a me solo l’aria e nient’altro.

Mio fratello aveva un piano per trovarlo, il sole, ci lavorava da mesi e inizialmente il piano non mi includeva, ma le cose cambiano. Mi disse che la sua idea era fantastica e c’era una luce nei suoi occhi che neanche la pioggia poteva offuscare.
Sapevamo entrambi cosa sarebbe successo.

Così, una mattina noiosa, abbiamo fatto le valigie, aperto gli ombrelli, e dato vita a un’avventura.

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