Alla sera

alla sera
di notte
è quando sei più bello

il chiaro di luna ricama
la tua pelle
e cuce su di te
l’amore più vero

finchè non torna la mattina
e la luce ti rende
materiale

E in me

Ho un sorriso di ciliegia dolce e appiccicoso.
Le mie guance sono morbide ma non delicate.
Vedi, ho molti lividi sulle gambe, e lentiggini sparse attorno al naso.
So che c’è della magia là fuori, da qualche parte.
Ho un desiderio segreto che non rivelerò mai,
ho un lucchetto dorato che rimarrà chiuso per sempre.
Ho anche una cintura argentata e un reggiseno di pizzo nero.
Ogni tanto abbraccio ancora il mio orsetto di bambina.
Puoi notare due o tre cicatrici della varicella appena sotto il mio seno.
Ho visto un diamante grezzo, una volta.
Voglio quell’uomo che sa di fumo di legna e fiori di campo.
Amo ballare sotto la pioggia.
Viaggerò a piedi sotto un cielo notturno, prima o poi.
Vorrei un primo e un ultimo ballo.
Esprimo desideri guardando le stelle.
Canto alla luna.
C’è sempre una possibilità.
Sono felice.

Credo nelle fate.
E in me.
Anche in noi, certe volte.

Queste sono cose che volevo sapessi su di me, così forse ora mi capirai meglio. Dici sempre che non mi capisci.

Addio, mio amore.

Spero di vederti presto.

laugh

Specchi

I miei occhi sono un paio di
vecchi,
usurati
specchi,
riflettono il mondo che gli viene incontro.
Quando gli altri vi guardano,
non vedono che se stessi,
ma io ho sbirciato da dentro
e ho trovato
anche me.

Paul Apal'kin

Mi mancava

Ti ho visto passare in punta di piedi nella mia mente appannata nelle prime ore di questa mattina e mi sono chiesta perché non ti percepissi.
Sentivo nel profondo del mio cuore qualcosa di pungente come cima di spillo, e mi chiedevo come mai vedessi del chiarore; tu fai sempre scendere la pioggia fuori dalla mia finestra.
Eri in qualche modo più leggero, con una quasi estate che baciava la pelle invece del grigio inverno che solitamente resta appeso così pesantemente alla tua anatomia troppo ossuta. E ho visto la tua bocca che aveva imparato a combattere la gravità e stava in piedi ancora una volta.
Il che ha fatto combattere la gravità anche a me.
Avevo dimenticato che i tuoi occhi avevano la più spettacolare tonalità di sole con verdi e blu tutti mischiati assieme in un fuoco d’artificio attorno all’iride. Sono stati tetri e bagnati per così tanto tempo che avevo dimenticato come riuscivano a far contorcere il mio stomaco e a farmi sentire lucente e leggera. Come annegavo in loro, galleggiando verso luoghi insospettabili.
Mi mancava non dover evitare il tuo sguardo per paura di esservi catturata e non essere in grado di salvarmi o di essere salvata.
Questa mattina mi è sembrata essere diversa, la mia cassa toracica non rischiava di  incrinarsi improvvisamente lasciandomi senza fiato. Non ho lottato con dita invisibili che tirano le corde del cuore fino a stringerle troppo, anche se è difficile arrendersi al fatto che potrei anche non rivederti mai più.
Ed è ancora più difficile comprendere che in fondo mi sta bene così, allento la presa che hai su di me.
E sorrido.

letto

Mamma

Lei 

raccoglie i miei desideri nel suo grembiule e li mette al sicuro in uno scrigno di cedro – legno profumato di fumo e pioggia, odore inebriante di persistente autunno. 

Li indossa nell’incavo delicato del suo cuore, sa che il loro valore è superiore a regni o leggende inventate da principi e veggenti.

Ha tracciato la mia infanzia sui loro bordi fragili, ancora ne trattiene la magia per dividerla con me.
  

Entrò in città

Entrò in città sul suo cavallo, il sole alle sue spalle. Il viso coperto dall’ombra del cappello, mostrava soltanto la sua barba di tre giorni e una bocca asciutta.
Si fermò al saloon, smontò da cavallo e si piazzò all’ingresso. Un uomo uscì, vestito con una maglietta bianca un po’ sporca e dei pantaloni neri.
“Chi sei?” chiese.
Lo straniero lo guardò, rivelandogli i suoi occhi di ghiaccio.
“Sono il bravo ragazzo”, disse sprezzante.
L’uomo del saloon annuì.
“Pensi di lasciare il tuo cavallo qua?” gli chiese.
“No”, disse rapido lo straniero, un po’ imbarazzato. Fece appoggiare velocemente il cavallo alla balaustra di legno, ma non era abbastanza stabile e così la bestia cadde rumorosamente a terra.
“Va bene, lascia che ti aiuti”, gli disse l’uomo del saloon.
“No, ce la faccio!” disse lo straniero con agitazione. Alzò il cavallo e lo sistemò per bene, in modo che non potesse cadere ancora. Fatto ciò, i due uomini entrarono nel saloon.

Lo straniero si accomodò al bancone, l’atro vi andò dietro e si buttò uno straccio sulla spalla destra, con gesto da vero duro.
“Sono il barista, adesso” disse. Lo straniero annuì piano.
“Benissimo. Dammi la migliore bomba che hai.”
Il barisa lo guardò e scosse la testa. “Solo gli indiani usano il termine bomba.”
“Ah. E i cowboy che parola usano?”
“Whiskey.”
“Allora dammi del whiskey.”
Il barista prese un bicchiere, lo pulì con lo straccio, ci mise una bella dose di whiskey (che sembrava sospettosamente succo di mele) e lo lanciò allo straniero con una scivolata sul banco. Mentre l’uomo beveva tranquillo, qualcuno entrò nel saloon, vestito con neri abiti da gaucho.
“Mi chiamano Smokey Sam!” gridò, sistemandosi i baffi.
Il barista sbuffò. “Credevo fossi Smokey Dan” disse, scocciato.
“LO ERO SETTIMANA SCORSA. ORA SONO SMOKEY SAM!”
Il barista ci pensò su un attimo, poi si rimise a pulire i bicchieri. Smokey Sam si sedette cacando allo straniero.
“Quindi tu sei il bravo ragazzo, eh? Ho sentito dire che vuoi uno scontro, eh?”
Lo straniero alzò le spalle. “Non è quello che vogliono i bravi ragazzi?”
Smokey Sam annuì con vigore, tanto che il cappello gli cadde dalla testa.
“Bene. Quando vuoi farlo?”
Sam guardò il suo orologio da taschino. “Mmmmh…direi tra una ventina di minuti” fece.
“Bene” disse lo straniero, battendo sul bicchiere per chiedere un altro giro. Quando ebbe finito di bere, Smokey Sam chiese se fossero passati venti minuti. Lo straniero annuì.
“Okay, facciamo questo incontro.”

I due uscirono dal saloon insieme, il barista appena dietro di loro. Quando furono in mezzo alla strada, Smokey Sam puntò gli occhi in quelli dello straniero.
“Adesso”, disse, “facciamo venti mosse.”
“Cos’è una mossa?” chiese lo straniero.
“É un passo.”
“E perché non lo chiami passo allora?”
“PERCHÉ DEVO CHIAMARLO MOSSA!” urlò Smokey Sam.
Detto ciò i due iniziarono a camminare. Smokey Sam si fermò dopo dodici passi, senza sapere cosa venisse dopo; lo straniero ebbe lo stesso problema dopo quindici passi. Si guardarono.
“Dovremmo avere un giudice”, fece notare lo straniero.
Smokey Sam si rivolse al barista, che se ne stava appoggiato alla balaustra. “Puoi fare da giudice?” gli chiese. Il barista annuì e si avvicinò.
“Ebbene” fece, “al mio tre.”
I due si puntarono le dita contro a mo’ di pistola, guardandosi male.
“Uno…”
Sguardi di ghiaccio.
“Due…”
“Aspetta!” gridò Sam, “Mi prude il naso.”
Aspettarono che si grattasse il naso.
“Bene, ci sono” disse infine.
Il barista aspettò un altro pochino per assicurarsi che ci fosse davvero, poi disse
“Tre!”

Lo straniero puntò con velocità il dito-pistola verso Smokey Sam, urlando “BANG!”.
L’altro fece lo stesso. Si guardarono per qualche secondo, poi guardarono il barista.
“Chi ha vinto?” chiesero. Il barista si grattò la testa.
“Mmmmh…credo lui” disse indicando lo straniero.
“Okay” disse Smokey Sam accasciandosi drammaticamente a terra. Lo straniero camminò  fino al suo nemico caduto.
“Sei un uomo morto, Smokey Sam” disse. Il morto rise, ma riuscì a trasformarlo in un rantolo di dolore.
“Avrò la mia ultima risata, Mr bravo ragazzo! La mia banda ha preso la ragazza che ami!” rise ancora un po’, poi si stese, apparentemente morto. Il bravo ragazzo si accigliò.
“Come scopro dove tengono la mia amata, se lui è morto?” chiese.
“É proprio laggiù”, disse il barista, puntando il dito verso l’unico albero della città.

Sotto stava seduta Anna, vestita con un abito bianco, tenuta prigioniera da un orso e un alligatore con cappelli da cowboy. Stava cercando di offrire loro del tè senza successo.
“Anna!” chiamò il barista “Si suppone che tu sia disperata!”
“Sono stanca di tutto questo!” urlò di rimando.
“Dai, solo qualche minuto di disperazione, okay? Dopo faremo quello che vuoi tu”
“Va bene…” disse Anna con un sospiro. “Aiuto, aiuto! Qualcuno mi aiuti per favore!” urlò.
Lo straniero le corse affianco, sbaragliando con un colpo orso e alligatore e aiutandola a rialzarsi.
“Grazie mille, Mr bravo ragazzo!” disse con dolcezza.
Lo straniero si tolse il cappello con gesto galante. “Dovere, signora” disse.
Guardarono il barista.
“Abbiamo finito?” chiese Anna. Il barista scosse la testa.
“Certo che no”, disse, “Non siamo ancora arrivati alla parte più importante.”
Aspettarono.
“Il bravo ragazzo deve baciare la sua ragazza!”
“EEEEWWWWW!” esclamarono lo straniero e Anna all’unisono. Il barista era risoluto.
“Non possiamo fare nient’altro se voi non vi baciate!”
Lentamente, Anna e lo straniero si guardarono. Chiusero gli occhi, sporsero le labbra e si avvicinarono con cautela. Appena le loro bocche si incontrarono, rimbalzarono all’indietro, pulendosi affannosamente la lingua con le mani .
“Benissimo, ora siamo a posto”, disse il barista andandogli incontro sotto l’albero. Anche Smokey Sam si era rialzato e li stava raggiungendo.
“Quindi, ora cosa vuoi fare Anna?” chiese lo straniero.
Anna sorrise beffarda.

Lo straniero, sbarbato e con indosso un grazioso grembiule, borbottava fra di sè mentre lavava i piatti. La vita domestica non faceva per lui.

young and free

Ode al Reggiseno

Oh reggiseno, caro reggiseno,
Amico mio così vicino,

Non ti allontani mai dal mio fianco,
Non sei proprio mai stanco.

Ma reggiseno, mio reggiseno,
Una cosa ti confesso:

A volte puoi essere fastidioso
E per la pelle mia difficoltoso.

Reggiseno, caro reggiseno,
Perché questa conflittualità?

Ci tieni su modestamente,
Ma ci forzi in un’inalterabilità.

Quindi reggiseno, oh reggiseno,
Mi spiace ma devo domandare:

Per essere un così bell’indumento,
Perché ci vuoi torturare?

Oh reggiseno, mio reggiseno,
Così tenace attorno al petto.

Ucciderebbe il tuo rigido tessuto
Alleviare le pene e donarci diletto?

Sì reggiseno, oh reggiseno,
Sono queste oggi le mie parole.

Ferma gentilmente questi fastidi
O dovrò provvedere, anche se mi duole.

Oh reggiseno, mio reggiseno,
Vorrei che la realtà non fosse questa.

Se solo fossi ragionevole
E ascoltassi questa richiesta…

Eh sì, col primo caldo arrivano anche i primi deliri.
E comunque il reggiseno fa sudare.
Datemi una spiaggia nudista alle Maldive, per favore, presto.

Schermata 2015-05-07 alle 13.12.11

Anche senza te

ti ho mappato come un paesaggio
e ci ho sovrapposti per capire
se le nostre montagne e i nostri avvallamenti
potessero abbinarsi

sono opposti

ho tracciato la tua schiena mentre dormivi
e ho lasciato che le mie dita si muovessero lungo
i segni lasciati dall’amore
per vedere dove eravamo destinati ad arrivare

non l’ho compreso

e ora so che la mia paura dell’oceano
è irrilevante
perché ovunque le onde mi porteranno
riuscirò a respirare

anche senza te.

schiena

Descrivi

Descrivimi il viola – mi chiedevi ogni giorno.
L’amore al chiaro di luna,
il cielo al tramonto.
I lividi sulle tue spalle,
tu non chiedi mai aiuto.

E il blu, invece?
Maree oceaniche profonde,
le nuvolose giornate invernali.
La tua tazza preferita,
l’ho messa lì, alla tua sinistra.

Raccontami del nero.
Notti senza stelle,
i resti carbonizzati dei fulmini.
Il tuo mondo,
quando mi dici che non puoi essere felice.

8f48e23a59f0098fbd14490362b6bae6

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Su ↑