Lettera

«Avevi poco più di vent’anni quando ci siamo incontrati.
La prima cosa che mi hai detto è stata “Apri gli occhi e guarda.”
Eri una raccolta di ginocchia ossute e di promesse rotte, ti arreggevi alle tue paure come fossero fantasmi in miniatura, aggrappati al poco di pelle sotto gli occhi, alle rientranze delle costole.

Mi hai insegnato a rendere bello ciò che avevo intorno. Mi hai detto che ogni piccola puntura di spillo, ogni schiocco di dolore, ogni piccolo piccolo spacco, taglio, strappo, era un disegno, e se fossi stata una pittrice, mi hai detto che sarei stato I Misteri dell’Orizzonte.
Mi dicesti che ero un’opera d’arte. Hai fatto affermazioni grandi, imponenti come le tue speranze, mi hai costruito come le città e i grattacieli e gli edifici a cui i turisti accorrono solo per fare una fotografia, per catturare un singolo istante.
Quando le mie ossa si sono rotte, hai accennato un sorriso sbilenco e hai detto “Accidenti, siamo proprio come bambole in versione gigante, ci rompiamo e crepiamo sotto la pressione del mondo” e quando te ne sei andata mi sono accorto che avevi ragione.

Per te, ero un’idea. E quando mi baciavi, lo facevi nel modo giusto: posavi le tue labbra sulle mia pelle come se dovessi avvolgermi e non far posare la polvere.
Mi hai scavato in lettere d’amore scritte e mai spedite, l’ufficio postale attendeva parole che non avrebbe mai avuto.

Eri l’unica cosa che potevo dire mia, l’unica che mi amava com’ero senza chiedere nulla. Lo dico ora perché non ho mai avuto modo di dirtelo quando eri qui accanto e ora vorrei che tu mi potessi sentire quando dico che mi hai tirato fuori da me stesso. Hai fatto di me uno spettacolo rovesciato. E non mi ero reso conto di chi fossi finchè non mi hai tenuto la mano; non mi è mai interessato di filosofia, poesia o natura, finchè non mi hai costretto a prestare attenzione.
Sono passati tre anni da quando avevi poco più di vent’anni e penso che sappiamo entrambi che avrei dovuto chiederti di restare. Ci saremmo ammorbiditi, smussati sui difetti l’uno dell’altra.

Ora ho aperto gli occhi, finalmente, dopo tanti mesi vedo.
E tu, apri i tuoi occhi adesso. Non puoi essere così ipocrita, farmi vedere il mondo e dopo farlo sparire con un battito di ciglia, fuggire dalle mie braccia.
Hai smesso di lottare per me, ma rifiuto di tornare nel buio, nello spazio dove galleggiavo senza gravità prima che la tua voce giungesse per tirarmi giù.
Lasciami credere d’essere un bambino, e che tu stia semplicemente uscendo a comprare il pane.»

Una lettera scritta a macchia, un po’ stropicciata. Qualche macchia, una lacrima o una goccia di sudore, forse. Fa caldo in questi giorni, la mente cerca cieli di sole.
E andrò a comprare il pane, quello integrale. Perchè sa di casa e amore.

staring

10 risposte a "Lettera"

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  1. Ben tornata. Una lettera vista con gli occhi dell’altro ma quando il giocattolo si rompe, non esiste superattack per rimettere insieme i cocci. Le crepe rimangono e le cicatrici pure.

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