Ti ho visto passare in punta di piedi nella mia mente appannata nelle prime ore di questa mattina e mi sono chiesta perché non ti percepissi.
Sentivo nel profondo del mio cuore qualcosa di pungente come cima di spillo, e mi chiedevo come mai vedessi del chiarore; tu fai sempre scendere la pioggia fuori dalla mia finestra.
Eri in qualche modo più leggero, con una quasi estate che baciava la pelle invece del grigio inverno che solitamente resta appeso così pesantemente alla tua anatomia troppo ossuta. E ho visto la tua bocca che aveva imparato a combattere la gravità e stava in piedi ancora una volta.
Il che ha fatto combattere la gravità anche a me.
Avevo dimenticato che i tuoi occhi avevano la più spettacolare tonalità di sole con verdi e blu tutti mischiati assieme in un fuoco d’artificio attorno all’iride. Sono stati tetri e bagnati per così tanto tempo che avevo dimenticato come riuscivano a far contorcere il mio stomaco e a farmi sentire lucente e leggera. Come annegavo in loro, galleggiando verso luoghi insospettabili.
Mi mancava non dover evitare il tuo sguardo per paura di esservi catturata e non essere in grado di salvarmi o di essere salvata.
Questa mattina mi è sembrata essere diversa, la mia cassa toracica non rischiava di  incrinarsi improvvisamente lasciandomi senza fiato. Non ho lottato con dita invisibili che tirano le corde del cuore fino a stringerle troppo, anche se è difficile arrendersi al fatto che potrei anche non rivederti mai più.
Ed è ancora più difficile comprendere che in fondo mi sta bene così, allento la presa che hai su di me.
E sorrido.

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