Entrò in città sul suo cavallo, il sole alle sue spalle. Il viso coperto dall’ombra del cappello, mostrava soltanto la sua barba di tre giorni e una bocca asciutta.
Si fermò al saloon, smontò da cavallo e si piazzò all’ingresso. Un uomo uscì, vestito con una maglietta bianca un po’ sporca e dei pantaloni neri.
“Chi sei?” chiese.
Lo straniero lo guardò, rivelandogli i suoi occhi di ghiaccio.
“Sono il bravo ragazzo”, disse sprezzante.
L’uomo del saloon annuì.
“Pensi di lasciare il tuo cavallo qua?” gli chiese.
“No”, disse rapido lo straniero, un po’ imbarazzato. Fece appoggiare velocemente il cavallo alla balaustra di legno, ma non era abbastanza stabile e così la bestia cadde rumorosamente a terra.
“Va bene, lascia che ti aiuti”, gli disse l’uomo del saloon.
“No, ce la faccio!” disse lo straniero con agitazione. Alzò il cavallo e lo sistemò per bene, in modo che non potesse cadere ancora. Fatto ciò, i due uomini entrarono nel saloon.

Lo straniero si accomodò al bancone, l’atro vi andò dietro e si buttò uno straccio sulla spalla destra, con gesto da vero duro.
“Sono il barista, adesso” disse. Lo straniero annuì piano.
“Benissimo. Dammi la migliore bomba che hai.”
Il barisa lo guardò e scosse la testa. “Solo gli indiani usano il termine bomba.”
“Ah. E i cowboy che parola usano?”
“Whiskey.”
“Allora dammi del whiskey.”
Il barista prese un bicchiere, lo pulì con lo straccio, ci mise una bella dose di whiskey (che sembrava sospettosamente succo di mele) e lo lanciò allo straniero con una scivolata sul banco. Mentre l’uomo beveva tranquillo, qualcuno entrò nel saloon, vestito con neri abiti da gaucho.
“Mi chiamano Smokey Sam!” gridò, sistemandosi i baffi.
Il barista sbuffò. “Credevo fossi Smokey Dan” disse, scocciato.
“LO ERO SETTIMANA SCORSA. ORA SONO SMOKEY SAM!”
Il barista ci pensò su un attimo, poi si rimise a pulire i bicchieri. Smokey Sam si sedette cacando allo straniero.
“Quindi tu sei il bravo ragazzo, eh? Ho sentito dire che vuoi uno scontro, eh?”
Lo straniero alzò le spalle. “Non è quello che vogliono i bravi ragazzi?”
Smokey Sam annuì con vigore, tanto che il cappello gli cadde dalla testa.
“Bene. Quando vuoi farlo?”
Sam guardò il suo orologio da taschino. “Mmmmh…direi tra una ventina di minuti” fece.
“Bene” disse lo straniero, battendo sul bicchiere per chiedere un altro giro. Quando ebbe finito di bere, Smokey Sam chiese se fossero passati venti minuti. Lo straniero annuì.
“Okay, facciamo questo incontro.”

I due uscirono dal saloon insieme, il barista appena dietro di loro. Quando furono in mezzo alla strada, Smokey Sam puntò gli occhi in quelli dello straniero.
“Adesso”, disse, “facciamo venti mosse.”
“Cos’è una mossa?” chiese lo straniero.
“É un passo.”
“E perché non lo chiami passo allora?”
“PERCHÉ DEVO CHIAMARLO MOSSA!” urlò Smokey Sam.
Detto ciò i due iniziarono a camminare. Smokey Sam si fermò dopo dodici passi, senza sapere cosa venisse dopo; lo straniero ebbe lo stesso problema dopo quindici passi. Si guardarono.
“Dovremmo avere un giudice”, fece notare lo straniero.
Smokey Sam si rivolse al barista, che se ne stava appoggiato alla balaustra. “Puoi fare da giudice?” gli chiese. Il barista annuì e si avvicinò.
“Ebbene” fece, “al mio tre.”
I due si puntarono le dita contro a mo’ di pistola, guardandosi male.
“Uno…”
Sguardi di ghiaccio.
“Due…”
“Aspetta!” gridò Sam, “Mi prude il naso.”
Aspettarono che si grattasse il naso.
“Bene, ci sono” disse infine.
Il barista aspettò un altro pochino per assicurarsi che ci fosse davvero, poi disse
“Tre!”

Lo straniero puntò con velocità il dito-pistola verso Smokey Sam, urlando “BANG!”.
L’altro fece lo stesso. Si guardarono per qualche secondo, poi guardarono il barista.
“Chi ha vinto?” chiesero. Il barista si grattò la testa.
“Mmmmh…credo lui” disse indicando lo straniero.
“Okay” disse Smokey Sam accasciandosi drammaticamente a terra. Lo straniero camminò  fino al suo nemico caduto.
“Sei un uomo morto, Smokey Sam” disse. Il morto rise, ma riuscì a trasformarlo in un rantolo di dolore.
“Avrò la mia ultima risata, Mr bravo ragazzo! La mia banda ha preso la ragazza che ami!” rise ancora un po’, poi si stese, apparentemente morto. Il bravo ragazzo si accigliò.
“Come scopro dove tengono la mia amata, se lui è morto?” chiese.
“É proprio laggiù”, disse il barista, puntando il dito verso l’unico albero della città.

Sotto stava seduta Anna, vestita con un abito bianco, tenuta prigioniera da un orso e un alligatore con cappelli da cowboy. Stava cercando di offrire loro del tè senza successo.
“Anna!” chiamò il barista “Si suppone che tu sia disperata!”
“Sono stanca di tutto questo!” urlò di rimando.
“Dai, solo qualche minuto di disperazione, okay? Dopo faremo quello che vuoi tu”
“Va bene…” disse Anna con un sospiro. “Aiuto, aiuto! Qualcuno mi aiuti per favore!” urlò.
Lo straniero le corse affianco, sbaragliando con un colpo orso e alligatore e aiutandola a rialzarsi.
“Grazie mille, Mr bravo ragazzo!” disse con dolcezza.
Lo straniero si tolse il cappello con gesto galante. “Dovere, signora” disse.
Guardarono il barista.
“Abbiamo finito?” chiese Anna. Il barista scosse la testa.
“Certo che no”, disse, “Non siamo ancora arrivati alla parte più importante.”
Aspettarono.
“Il bravo ragazzo deve baciare la sua ragazza!”
“EEEEWWWWW!” esclamarono lo straniero e Anna all’unisono. Il barista era risoluto.
“Non possiamo fare nient’altro se voi non vi baciate!”
Lentamente, Anna e lo straniero si guardarono. Chiusero gli occhi, sporsero le labbra e si avvicinarono con cautela. Appena le loro bocche si incontrarono, rimbalzarono all’indietro, pulendosi affannosamente la lingua con le mani .
“Benissimo, ora siamo a posto”, disse il barista andandogli incontro sotto l’albero. Anche Smokey Sam si era rialzato e li stava raggiungendo.
“Quindi, ora cosa vuoi fare Anna?” chiese lo straniero.
Anna sorrise beffarda.

Lo straniero, sbarbato e con indosso un grazioso grembiule, borbottava fra di sè mentre lavava i piatti. La vita domestica non faceva per lui.

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