Qualcosa

ci sono mille
lettere d’amore non scritte nei tuoi occhi
continuo a pensare alla gravità
e al colore verde

tutto ciò che so è che
la mia mente è stata
mappata
scrutata

guerrieri attraversano sentieri ben definiti
lasciando tracce di stivali
e respiri
e trucioli

è comodo
questo affondare
più come lasciarsi andare
in un bagno caldo

e siamo solo pelle e cosmi
corpi e parole
le nostre lingue
sono senza approdo

siamo alla deriva nel nostro
piccolo mare
ci hanno forniti di ali
e potremmo anche volare

ma dimmi la verità
il cielo è sopravvalutato
preferisco stare con coi piedi nella sabbia
avvinghiati dall’acqua

ho sempre pensato che il paradiso
fosse una specie di bugia
ma ho letto un libro o due
sull’idea che l’uomo ha di esso

a dirla tutta
mi trovo in disaccordo
con me stessa
ci sono pensieri brillanti

il paradiso
può essere il modo in cui i tuoi occhi
formano origami di cigni
quando ridi

quella risata
che scava il cuore
nel mio petto
le tue mani sempre gentili

perché pensi che io sia
qualcosa di fragile
qualcosa che vale la pena tenere intatto
qualcosa che devi proteggere

qualcuno.

The 1953 Academy Award®-winning film "Roman Holiday" starred Audrey Hepburn as Anne, a young European princess who finds romance with reporter Joe Bradley played by Gregory Peck.  Hepburn won the Best Actress Oscar® for her performance in the film.  In celebration of the film's 50th anniversary, "Roman Holiday" will screen at the Academy of Motion Picture Arts and Sciences in Beverly Hills on Thursday, September 25, 2003.
C’era un uomo, mi ha trattata davvero male. È stato meraviglioso.
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Lettera

«Avevi poco più di vent’anni quando ci siamo incontrati.
La prima cosa che mi hai detto è stata “Apri gli occhi e guarda.”
Eri una raccolta di ginocchia ossute e di promesse rotte, ti arreggevi alle tue paure come fossero fantasmi in miniatura, aggrappati al poco di pelle sotto gli occhi, alle rientranze delle costole.

Mi hai insegnato a rendere bello ciò che avevo intorno. Mi hai detto che ogni piccola puntura di spillo, ogni schiocco di dolore, ogni piccolo piccolo spacco, taglio, strappo, era un disegno, e se fossi stata una pittrice, mi hai detto che sarei stato I Misteri dell’Orizzonte.
Mi dicesti che ero un’opera d’arte. Hai fatto affermazioni grandi, imponenti come le tue speranze, mi hai costruito come le città e i grattacieli e gli edifici a cui i turisti accorrono solo per fare una fotografia, per catturare un singolo istante.
Quando le mie ossa si sono rotte, hai accennato un sorriso sbilenco e hai detto “Accidenti, siamo proprio come bambole in versione gigante, ci rompiamo e crepiamo sotto la pressione del mondo” e quando te ne sei andata mi sono accorto che avevi ragione.

Per te, ero un’idea. E quando mi baciavi, lo facevi nel modo giusto: posavi le tue labbra sulle mia pelle come se dovessi avvolgermi e non far posare la polvere.
Mi hai scavato in lettere d’amore scritte e mai spedite, l’ufficio postale attendeva parole che non avrebbe mai avuto.

Eri l’unica cosa che potevo dire mia, l’unica che mi amava com’ero senza chiedere nulla. Lo dico ora perché non ho mai avuto modo di dirtelo quando eri qui accanto e ora vorrei che tu mi potessi sentire quando dico che mi hai tirato fuori da me stesso. Hai fatto di me uno spettacolo rovesciato. E non mi ero reso conto di chi fossi finchè non mi hai tenuto la mano; non mi è mai interessato di filosofia, poesia o natura, finchè non mi hai costretto a prestare attenzione.
Sono passati tre anni da quando avevi poco più di vent’anni e penso che sappiamo entrambi che avrei dovuto chiederti di restare. Ci saremmo ammorbiditi, smussati sui difetti l’uno dell’altra.

Ora ho aperto gli occhi, finalmente, dopo tanti mesi vedo.
E tu, apri i tuoi occhi adesso. Non puoi essere così ipocrita, farmi vedere il mondo e dopo farlo sparire con un battito di ciglia, fuggire dalle mie braccia.
Hai smesso di lottare per me, ma rifiuto di tornare nel buio, nello spazio dove galleggiavo senza gravità prima che la tua voce giungesse per tirarmi giù.
Lasciami credere d’essere un bambino, e che tu stia semplicemente uscendo a comprare il pane.»

Una lettera scritta a macchia, un po’ stropicciata. Qualche macchia, una lacrima o una goccia di sudore, forse. Fa caldo in questi giorni, la mente cerca cieli di sole.
E andrò a comprare il pane, quello integrale. Perchè sa di casa e amore.

staring

Amanti

la luna piena che sorge
annuncia
il loro tempo

pensieri vulnerabili
svegliano il corpo di lui
e quello di lei

nebbia
dal respiro
di due amanti

amano nella disperazione
prima dell’inverno
del loro distacco

ipnotizzati
dal contrasto delle dita di lui
e del profumo di lei

tengono il loro corpo
in armonia
in simmetria

senza parlare
movimenti aggraziati
senza pensare

suoni di pelle
dolci promesse
labbra di orchidea

la luna scura tramonta
dove lei poggia la sua testa
per poter sorgere ancora

Rudolf Bonvie - Dialog, 1973
Rudolf Bonvie – Dialog, 1973

Verità

L’amore è personificato (personalizzato).

Lui è un uomo con la pelle color rame, mani forti, orecchie piccole e spalle antiche. Ha il suono del legno, profuma di caffè e spezie, è musica in un mondo silenzioso di letti sfatti e chiavi perse. Lo accompagna la colonna sonora ronzante di un vecchio film poliziesco in bianco e nero.
Lui è un uomo con labbra sottili e parole incastrate tra i denti, ha una luce soffusa, si chiude sotto le stelle; gli piace il rumore delle macchine che passano, i ticchettii dei motori che si raffreddano. Occhi di buio scintillante, di cielo notturno.

Lei è una ragazza con lucciole sulla pelle d’alba, un naso bruciato e ginocchia sbucciate. Parla poco, ride troppo, colleziona libri al fondo del suo letto perché non riesce a dormire senza leggere; guance rosa, occhi spaesati.
Lei ha polpastrelli sensibili, unghie laccate di rosso, bracciali e anelli con storie di prati e piazze troppo strette. Il tipo di ragazza che porta il viso nudo, che sembra bellissima quando i capelli sono aggrappati al cuscino e le lenzuola accarezzano la sua pelle di nuvola. Le piace il rumore della pioggia sul tetto, il sapore della grafite sulla lingua quando morde il lato sbagliato della matita.

L’uno con occhi di cioccolato grezzo, duri, e un’avvincente voce stanca, che ha lo stesso suono delle mani e delle braccia sotto la camicia, delle dita che si accorgono di piccole crepe su un viso che cambia.
L’altra che trova la verità in se stessa solo quando si scontra col suolo, quando assapora il gusto del sale marino, delle labbra di lui sulle sue.

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Azzurro

lo sai che non esiste
un nome scientifico
per la parte posteriore del ginocchio?

ho letto da qualche parte che il cambiamento
è una cosa positiva,
alcune fonti non sono d’accordo.

a volte i pesci rossi
galleggiano abbandonati
come cercassero di volare.

una notte ho sognato
che mi portavi in una stanza
con cuscini e lenzuola azzurre

ho cercato cosa volesse dire,
ho chiesto a un interprete di sogni,
ma mi ha detto che non è nulla.

l’azzurro, invece,
significa idealizzazione,
legami profondi e istintivi

qualcuno mi ha detto
che tieni il mio cuore prigioniero,
ho riso.

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innamorati quanto più puoi

Eoni

la materia delle stelle non si deposita mai,
il pulviscolo si unisce, poi si fa a pezzi
va alla deriva, per andare sempre più rapido
verso il buio, mentre viene osservato.

ho camminato tra caverne di concretezza
percorso sentieri tra grattacieli,
sono rimasta in piedi contro il loro microclima
tutto umano, provando a confondere il vento.

nella mia tenebra, è passato
attraverso di me un setaccio mentale
fatto di atomi, è andato a aumentare
l’oscura materia di eoni abbandonati.

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Sigillo

le tue
Labbra
e i tuoi
Baci
sono il sigillo
dei miei
Ricordi

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Foto personale

Che poi ti arrivano messaggi così da chi mai ti aspetteresti e non sai se ridere o piangere.

Sorridi, sorridi

Allora, premessa: non mi piace guardare la televisione. La trovo abbastanza una perdita di tempo, a meno che non ci sia da vedere un bel film di quelli tosti e anche lì dev’essere davvero, davvero tosto, imperdibile. Però mio padre, prossimo al pensionamento, ha avuto l’idea di comprare una tv 5000 pollici per festeggiare la sua raggiunta pace dei sensi. Che io temo molto, a dirla tutta. Temo di vedermelo imbolsito sulla poltrona a rimpiangere i giorni di ordinaria follia.
E insomma, c’è questo schermo da cinema impiantato nel salotto. E che fai, vuoi non provarlo, non vedere come ti spana gli occhi con la definizione a 4000K? Ovviamente tocca, anche solo per rappresentanza. Quindi tutta la famiglia attorno al nuovo arrivato che cerca di capire come fare a vedere di lato uno schermo curvo senza vomitare.
Zapping canonico: un due tre quattro…cinquanta…novantanove…trecento. Buono. Ero già lì che stavo per alzarmi fingendo una chiamata importante dalla SPECTRE, quando ecco che passa uno spot che attira la mia attenzione, mi catalizza proprio.
Mentadent White Now MAN.
Non so se l’avete mai vista, quindi ve la descrivo:

parte con lui si lava i denti, spazzola spazzola come un ossesso e poi si ammicca allo specchio con un brill brill di smalto impeccabile. Questo perchè probabilmente ha la seratona da sballo e si è trovato all’ultimo a dover cancellare mesi di placca. Intanto la canzoncina di sottofondo in stile yo-yo-bro uh-uh-yeah.
Arriva al locale e sorride come un deficiente a tutti quelli che gli si parano davanti:
– un tizio con due gemelle pronte a un threesome, che si guarda intorno come se gli avessero fatto annusare un bouquet di sacchi della spazzatura mentre loro se magnano co’ gli occhi il giovinetto;
– un ragazzino con la stessa mimica facciale di Jim Carrey, che se ne sbatte altamente del figo che gli sta offrendo da bere;
– un gruppetto eterogeneo di lavoratori che si sta godendo l’aperitivo pre-riunione (e qui non si capisce se lui è un cameriere o se sta rubando i menù dai tavoli);
– una biondona a cui il fidanzato sta chiedendo di sposarlo con un diamante da 15mila carati, ma lei è troppo attratta dal luccichio dei denti e si distrae, mentre il fidanzato osserva il tipo con sguardo omicida. Al che il protagonista fa la faccia tipo “Oh-oh, mi è semblato di vedele un gatto” e finalmente chiude la bocca.
Poi com’è, come non è, ecco che entra in una camera (d’albergo? di casa sua? di sua nonna? boh), si gira e vede le quattro donne di prima che lo aspettano svaccate un po’ ovunque, con l’aria di chi la sa lunga. Allora sì che gli si apre un sorriso a 40 denti, eh. Solo che, guarda un po’ chi arriva alle spalle: il figlio di Jim Carrey. E lui mette su l’espressione di chi ha appena capito cosa lo aspetta e non è decisamente contento. Non ridi più, cocco?

Geniale. Darei un cinque a quello che l’ha pensata. In faccia.
Per la serie: se mi lavo i denti acchiappo abbestia.
Perchè non voglio citare il sessismo strabordante eh.
Ora due domande:
1) perchè gli uomini hanno bisogno di un dentifricio personalizzato? Cos’hanno di diverso? Sono dei sudici che non si lavano i denti e quindi vai di smacchiatore ultra? (sì lo so che sono tre domande in una, ma mi piace stupire)
2) volevate dire che l’arma di seduzione migliore è il sorriso? No perchè se è così allora avete sbagliato tutto.

Signori della Mentadent, guardate, ci penso io vai.
UOMINI, ascoltate: lavatevi i denti dopo ogni pasto e passate bene il filo interdentale prima del collutorio.
E sorridete solo a chi vi volete portare a letto davvero, perchè se no diventa un casino.

Ecco fatto.

tranquillo, tu sorridi pure quanto vuoi
tranquillo, tu sorridi pure quanto vuoi

Realtà

C’era una volta una ragazza e tutti pensavano che fosse una perfezionista, ma in realtà non era così. Era solamente davvero, davvero, davvero realista.
La realtà è un mito, è un’illusione, pura immaginazione – o, almeno, è quello che credeva lei perché sapeva che non avrebbe potuto conoscere nulla di meglio; la sua percezione della realtà era contorta come specchi frantumati, amava te come amava il mondo, ma era se stessa che non riusciva a trattenere. Perché onestamente l’amore è questione di fiducia ed è impossibile avere fiducia in qualcosa che sai essere una bomba ticchettante pronta a esplodere.

Tesoro, sei mai stato innamorato?

Vino rosso e finale felice. Ecco come va il mondo se leggi troppi libri sulle città romantiche: salata, mite, dolce Venezia accompagnata all’aria polverosamente poetica dei lampioni di Parigi e alla luce di sfavillante neon di New York. Ma alla fine della giornata le lenzuola stropicciate sono lenzuola stropicciate e basta.

Non si può tornare indietro nel tempo.

Le sue scapole cercavano di sfuggire dalla sua pelle, di rompere il guscio. Se avessi passato le tue dita sulla sua schiena, quante ossa avresti potuto contare, quanto avresti detto che pesavano?
Si stava costruendo e illuminando di luce bruciante, saliva e cadeva, cadeva, cadeva. Si aggrappava a qualcosa, qualsiasi cosa. Scale, mani, vetri, aria fine.

Ti amo ma non posso dimostrartelo, non fa niente, niente, niente.

Come puoi respirare pienamente se non riesci a sentire il cielo che si estende all’infinito sotto le tue dita? Una via d’uscita. Cercala, trovala.
Ma non puoi lasciarla andare perché sai che può fare di meglio, che dietro quelle mura in cui si chiude c’è qualcosa di inesplorato, che potrebbe far uscire se solo lo scegliesse. Ti rifiuti di lasciarla andare, puoi aggrapparti a lei.

Troppo.

Si sente il peso del mondo sulle spalle, ma non sa perché. Distoglie lo sguardo lontano, di specchi e di illusioni, riflessioni, riflessioni, riflessioni.
C’è un certo tentativo di vivere quietamente, di vedere quanto sia bello poter vivere senza pensieri.
Sì, bello, vuole essere bella. Ti chiedi, guardandola a occhi ciusi, cercando di far scivolare le tue mani tra le sue dita tremanti, quanto andrà lontano. Andrà da qualche parte dove non potrai raggiungerla, dormirà al fianco di qualcun altro, irrimediabilmente persa nelle sue idee. Si fermerà, forse? Lotterà? E se alla fine tutto quello che riuscirà a sentire sarà solo se stessa e la sua visione della realtà così dannatamente immaginata.

É un’arte.

Lascia che esca, lascia che vada in un momento di sollievo, i muri si aprono. Sogna via il tutto, fluisci attorno.

E nella sua mente.

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