Due cuori galleggiano in campane di vetro, battendo piano a un ritmo identico. Uno è più vecchio, ma batte forte quanto il suo compagno.
Due creature danzano nel grande salone. Potrebbero essere umani, anche se le loro forme sono allungate e sottili, i capelli di un verde acceso. Danzano con leggiadria e determinazione, come se quel loro volteggiare li salvasse da qualcosa. I loro passi sono in armonia con i tonfi pensanti dei due cuori.
Danzano da un po’, ore, anni o decenni; non c’è orologio nella sala, niente per tenere il tempo tranne il ritmo proveniente dalle due campane.
Uno dei due ballerini, quello che sembra essere l’uomo, il più vecchio, rallenta i suoi passi e respira profondamente, ansimando. La sua compagna allora accelera, cercando disperatamente di incoraggiarlo a tenere il passo. Non lo fa. Continua a rallentare, vacilla, crolla. Una delle campane di vetro, quella del cuore più vecchio, si crepa, rovescia il suo contenuto sul pavimento. La donna smette di ballare; senza dire una parola prova a sollevare il suo partner, cerca di convincerlo a continuare la danza. Non può riuscirci. E ha smesso di ballare per troppo tempo.
Anche l’altra campana di vetro, quella che tiene il cuore più giovane, si rompe. Il cuore e la donna colpiscono il pavimento nello stesso istante, in un fragoroso battito finale.

Forse la scena rimane così per un’eternità, non c’è modo di saperlo, come non c’è più nessun cuore che scandisce il passare del tempo.

Il tempo passa però, fino al giorno in cui un piccolo uomo calvo con una tuta sporca di vernice entra nella sala. Con gesto annoiato, come se lo facesse troppo spesso da troppo tempo, raccoglie le creature e spazza via i vetri rotti. Quando tutto è pulito e la stanza è vuota, porta due nuove campane con due nuovi cuori e due nuovi esseri.
I cuori sono più piccoli, molto più giovani rispetto ai loro predecessori, ma già sembrano forti, risuonano i loro battiti a tempo perché inizi una nuova danza.

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