“Bene, ora che abbiamo finito con i convenevoli, signor Black, le devo chiedere: perché vuole morire?”
Jack Black sospirò e si accasciò sulla poltrona, l’immagine stessa della sciatteria. Sembrava stanco, aveva grandi occhiaie violacee, la barba di almeno tre giorni e i vestiti sgualciti. Trasudava disperazione da ogni poro.
Osservò la stanza, esattamente il suo contrario: pulita, ordinata, piuttosto insignificante. Asettica, pareti bianche, alcuni armadietti per gli archivi e tre finestre al centro della parete. Se ne stava seduto su una semplice sedia di legno di fronte a una semplice scrivania di legno con una semplice pianta d’appartamento accanto a un bianco computer ronzante.
La donna dietro alla scrivania, che se ne stava lì a digitare sul computer la loro conversazione, era ugualmente dimenticabile: completo nero, capelli neri raccolti in uno stretto chignon; l’unica nota diversa erano gli occhi azzurri, ma per il resto era totalmente ordinaria. Il trucco appena accennato, era insignificante come la stanza che aveva arredato di persona. Si era presentata come Eve.

Jack ghignò silenziosamente, poi rispose. “Beh, presumo sia per soldi. Sono stato licenziato cinque volte, non trovo un lavoro decente perché non sono andato al college, non potevo permettermelo. Non lo so…ho una moglie e tre figli, probabilmente starebbero meglio senza di me.”
Eve annotò tutto sul computer, poi guardò l’uomo. “Di solito una famiglia non sta bene senza un padre, signor Black. Come mai è così sicuro che la sua morte porterebbe vantaggi?”
“Ho ancora un’assicurazione sulla vita dal mio ultimo lavoro. Se me ne andassi la mia famiglia avrebbe un po’ di soldi e potrebbe tirare avanti qualche mese. Forse Mary – mia moglie – potrebbe uscire con qualche suo ex delle superiori, non hanno mai smesso di farle il filo. Qualcuno è messo piuttosto bene.”
“E perché non scappare? Scomparire e ricominciare?” chiese Eve.
“Il senso di colpa…senta, basta domande. Io voglio morire e basta.”
La donna annuì. “Molto bene. Ero solo curiosa. Ora, vuole una morte indolore o…”
“Indolore”, sbottò Jack con un sussulto.
“Ma certo, è l’opzione preferita. Non la giudicheremo per questo.” Eve guardò intensamente lo schermo. “Sembra che ci sia posto intorno a giovedì prossimo.”
L’uomo sbigottì. “Mi sta dicendo…quando morirò?”
“Oddio, certo che no signor Black! Sto soldo dando un’indicazione temporale. Non vogliamo che sia troppo stressato, potrebbero capitare strane cose, capisce. Le assicuro che non se ne accorgerà nemmeno e, ovviamente, che non manchiamo mai a un appuntamento.”
Jack si rilassò, anche se non del tutto.
“Bene, direi che è libero di andare, abbiamo tutto il necessario. Grazie di essersi rivolto a noi, signor Black.”

Jack uscì in strada e prese un taxi.
“375, Main Street, per favore.”
Il tassista di voltò. “Sappiamo entrambi che non vivi lì, J.”
L’uomo rise. “Sì, ma è un’ottima frase in codice, non trovi?” risero insieme per qualche secondo. “Sai, Frank, è stata la cosa più dannatamente spaventosa che io abbia mai fatto. Lo so che i giornalisti non dovrebbero temere i rischi ma…cavoli…”
Frank gli mise una mano sulla spalla. “Non temere, il peggio è passato. Quando sarà finito dormiremo tutti più tranquilli, non è vero?”.
“Credo proprio che tu abbia ragione”, annuì Jack.

Il mercoledì seguente la prima pagina del giornale recitava: “Giornalista ucciso da un’autobomba”. L’articolo riferiva che Jack Black, giornalista del Times, era stato ucciso alle 8:00 del mattino del giorno precedente, quando l’auto era esplosa alla messa in moto a causa di una bomba innescata nel motore. Al suo funerale il suo egregio collega Bill Whitespoon aveva rivelato che Black era sul punto di scrivere un pezzo sull’organizzazione chiamata “Omicidi Pianificati”, presumibilmente responsabile delle recenti morti/suicidi in città. La storia era pubblicata insieme al necrologio, e la polizia si mise all’opera per analizzarla. Trovata la sede dell’organizzazione, tutto il personale era stato arrestato, ma non era stata trovata traccia del leader, una donna conosciuta come Eve.

Tre mesi dopo, un furgone nero lucido e con i vetri oscurati, se ne stava nel vialetto del 222 Med Street, residenza del defunto Jack Black. Erano le 4:00. Un uomo in trench e fedora scese dal furgone, che se ne andò subito dopo silenziosamente. L’uomo si avvicinò alla porta, tirò fuori un mazzo di chiavi, aprì il catenaccio e entrò in casa; lentamente percorse le stanze buie, fermandosi in cucina. Lì si tolse il cappello. Improvvisamente si accesero le luci.
“Non muoverti!” urlò Mary, la vedova di Jack. Era avvolta in una vestaglia rosa, i capelli arruffati, gli occhi rossi di pianto per suo marito. In mano aveva una pistola. L’uomo alzò lentamente le mani.
“Tesoro”, disse, “sono io.” Jack Black era tornato dalla morte.

Se ne stavano seduti in veranda, l’una nelle braccia dell’altro, a guardare i bambini giocare sul prato al tramonto. Mary era stata arrabbiata in un primo momento, cosa comprensibile, ma la sua ira era presto scemata. Proprio in quell’istante il cellulare di Jack squillò; con uno sguardo di scuse alla moglie, rispose.
“Pronto?”
“Jack Black?” chiese una voce femminile.
“Sì…?”
“Volevo ricordarle che non manchiamo mai un appuntamento.”

Annunci