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C’era una volta, in un prospero paese costruito miglia e miglia lontano dal mare, un regno. E proprio quel giorno l’erede al trono era nata da pochi minuti. Aveva già bellissimi capelli morbidi e color castagna, piccoli nei che segnavano i punti più belli del suo corpicino e occhi color del cielo notturno, esattamente come suo padre il re.
Era al tempo stesso accattivante e scostante, più cresceva più si riconoscevano in lei modi sinuosi e beltà; sua madre pensava che fosse la più bella Rosa di tutti i tempi, persino quando era ancora ben lontana dallo sbocciare.
Passavano gli anni e la gioia aumentava, l’anno successivo il doppio di quello precedente, fino a quando la Principessa divenne una giovane e bella diciassettenne. Il tempo allora sembrò rallentare almeno un po’.

Il Re e la Regina erano follemente innamorati della loro figlioletta, la riempivano di doni e piacevoli sorprese e, dato che era così bella e giovane, decisero che una tale perfezione dovesse essere immortalata.
Chiamarono artisti e maestri da ogni parte del paese, promettendo una generosa ricompensa a chi fosse riuscito a rendere giustizia alla dolcezza della Principessa.
Centinaia di uomini di talento si misero subito al lavoro, cercando di catturare l’essenza della fanciulla e di raggiungere quella che credevano la perfezione. La Regina, tuttavia, respingeva ogni ritratto che le era offerto – ed erano davvero tanti – dicendo che nessuno meritava la ricompensa. A causa di questo comportamento finì per esasperarsi, pensando che di questo passo la sua bambina sarebbe invecchiata e sbiadita prima di riuscire ad avere un ritratto adeguato.

Un giorno, però, uno sconosciuto le si presentò, offrendosi di dipingere ciò che voleva.
Scettica riguardo a quel povero eremita, la Regina chiese di vedere qualche sua opera, ma lui non ne aveva; gli chiese per chi avesse lavorato, lui rispose per nessuno; gli domandò allora che lavoro facesse, e lui rispose di essere un cacciatore e di vivere in una piccola casetta nel profondo del bosco. Stanca di starlo ad ascoltare e di cattivo umore, la Regina disse alle guardie di portarlo via, ma il Cacciatore la pregò di non farlo, di dargli una possibilità.

“Ammetto, Vostra Maestà”, disse, “di non essere un artista, e di non aver mai avuto interesse ad esserlo. Non so come si tiene in mano un pennello, né quali terre e piante usare per fabbricare i colori. Però ho visto Vostra figlia, l’ho osservata per caso mentre se ne stava seduta al tramonto, da sola sotto il roseto, ed era come se il sole stesse lasciando la Terra per addormentarsi in lei. Credo di poterla descrivere esattamente come Voi desiderate. So cosa manca ai dipinti che avete scartato, io posso darvelo.”

Quando ebbe finito, la Regina annuì piano, più disperata che impressionata, e convenne di lasciarlo provare. Gli promise meno della ricompensa pattuita inizialmente, ma il Cacciatore acconsentì ugualmente, dato che era un tesoro ugualmente grande per chi come lui non aveva mai avuto nulla.
L’uomo se ne andò scomparendo nei colori scuri della foresta e tornò dopo quindici giorni, nascondendo la sua creazione sotto un drappo coloratissimo. Mentre camminava per il villaggio si sentiva sicuro di sé, aveva infatti tradotto in pittura quello che gli altri occhi non avevano visto. Era riuscito, egli soltanto, a guardare la Principessa come la guardavano il Re e la Regina, con lo stesso sentimento incondizionato e luminoso. Loro la vedevano, dopo tutto, con gli occhi di chi ama ed era per questo che quando catturavano il suo sguardo, che era blu come la notte, vedevano un cielo stellato.
Nessun altro dipinto aveva immortalato questo dettaglio, nessun altro uomo era stato abbastanza attento da notare questa piccola bellezza.
Quando il drappo venne tirato giù, la regina sussultò a conferma della perfezione del dipinto. Il Re ebbe quasi la stessa reazione, ma in più cadde in ginocchio davanti al Cacciatore, dicendo che gli erano debitori. Essendo un uomo semplice, però, egli rifiutò le lodi e, ottenuta la sua ricompensa, si voltò per andarsene. Non sarebbe tornato nella foresta probabilmente, anche se non sapeva ancora dove sarebbe andato. Mentre stava per uscire dalla porta del castello, una voce lo chiamò.

“Mio caro” stava dicendo la Regina, grata oltre ogni dire “c’è qualche possibilità di avere delle copie di questo meraviglioso dipinto, per poterlo così inviare a lontani parenti e vecchi amici che ancora non hanno avuto la fortuna di ammirare la Principessa?”

“Le mie scuse più sincere, Vostra Maestà” rispose il Cacciatore “ma mi ero accordato per un solo quadro, non ho abbastanza materiale per farne altri.”

“Cosa ti manca, figlio mio?” chiese la dama, che l’affetto stava portando alla disperazione. “Il Regno ti darà quello che serve: le pitture più belle, i pennelli migliori, le tele più fini…dimmi, figliolo, di cosa hai bisogno?”

Il Cacciatore riflettè su quelle parole, un po’ turbato, ma quando ritrovò la parola fu per accettare l’offerta. “Meraviglioso!” cinguettarono i coniugi reali, alzandosi dai troni e battendo le mani per la gioia “Avrai una stanza nel Castello, così potremo vedere i tuoi progressi ogni giorno!”

Allora il Cacciaotre si fece ancora più turbato, pallido e spaventato. “Insisto” disse, fissando con desiderio la porta del Castello, “che io continui il lavoro nella mia casa. Porterò ogni ritratto appena lo avrò completato ma, Maestà, dovete lasciarmi andare.”

La Regina non capiva, ma acconsentì comunque, e ben presto il Cacciatore uscì dal Castello con le braccia cariche di attrezzature e pitture innovative, senza mai voltarsi indietro. Guardava invece al cielo dell’imbrunire, mentre la notte si impadroniva con pazienza della terra. Decine di stelle cominciarono a luccicare, quelle stelle amate da tutti coloro che amavano danzare senza un motivo, piccole felicità sospese. Mentre le guardava, maledisse la sua decisione.

Durante la notte una voce di bambino, innocente e graziosa, echeggiò dolcemente contro le pareti della stanza, chiamando la madre. Lei corse verso di lui, attenta a non svegliare gli altri figli, e vide il bambino accovacciato sul letto con gli occhi spalancati e un ampio sorriso rilucente. Tale gioa non si addiceva alla notte, e la donna sospirò, conscia che qualche magia visibile solo agli occhi del bimbo lo avevano reso troppo eccitato per dormire. Scivolò nel letto accanto a lui, avvolgendolo tra le sue braccia.

“Non ci crederai”, disse con una vocina timida e senza fiato, guardando dalla finestra aperta. Sapeva che sua madre avrebbe fatto lo stesso. Lei aspettò qualche istante ma, dopo non aver visto niente di eccezionale, tornò a guardare suo figlio; lui continuava a osservare fuori, infinitamente stupito. “Stelle cadenti”, sussurrò infine.
La madre si diede un’altra possibilità, volgendosi ancora alla finestra. La vide, vide la stessa magia che vedeva suo figlio. Avevano visto molte meraviglie come questa durante gli anni, certamente, ma erano durate solo pochi istanti prima di sparire. Questa invece riempiva l’intera notte, senza fermarsi. “Incredibile” pensò la madre, più stupita di lui mentre ricordava la sua infanzia che credeva di aver dimenticato.
Stettero seduti per alcuni minuti, racchiusi l’uno nell’abbraccio dell’altra, condividendo non solo la vista ma anche l’esperienza di sognare da svegli. Ogni istante una stella sembrava tremare e riluceva nel cielo prima di cadere – a velocità stratosferica, convennero. Non lasciavano code, come di consueto fanno le stelle cadenti, semplicemente si muovevano verso il basso, crescendo appena appena prima di sparire.
Lo spettacolo si concluse un’ora più tardi, con la discesa di una dozzina di stelle e un migliaio di sussulti eccitati come conseguenza. Nessuno dei due parlava ma la madre, anche se si sentiva tutt’uno con il figlio e con la sua stessa coscienza di bambino, decise che era l’ora di tornare a letto. Coprì il bimbo di baci di piuma, uno per ogni stella che era caduta, e lui rise, offrendone altri in cambio prima di addormentarsi al suono di una vecchia ninna nanna, degna di concludere la notte.

“A mezzanotte, quando le stelle piangono,
io volo per la valle solitaria che tanto abbiamo amato,
quando la vita splendeva nei tuoi occhi.
E spesso spero, se gli spiriti sono in grado di tornare sulla terra,
che tu venga qui da me,
per raccontarmi il nostro amore e ricordarlo al Cielo”

“Mamma” disse ancora la vocina “davvero le stelle possono piangere?”

“E tu, se potessi dormire tra le nuvole, viaggiare per il mondo, e giocare tra le pietre miliari del cielo, piangeresti?”

“Per la gioia, forse.”

“Allora sì, le stelle piangono.”

La vocina tacque, chiusa da un sorriso. Quella notte di magia era stata solo per loro, tutto sarebbe tornato come prima, l’importante era mantenere vivi i desideri, anche se le stelle sarebbero rimaste fissate esattamente al loro posto per sempre.

Così si concluse la scena, una scena che c’era stata almeno una volta in ogni famiglia del villaggio. Ogni madre o padre avevano detto la stessa cosa per il loro bambino, sostenuto che quella era stata ‘unica notte in cui le stelle cadevano, e che lo facevano solo per loro. Ma non era così.
Si sbagliavano, le stelle non cadevano solo per la meraviglia o per creare nuovi sogni nel mondo. Cadevano nella foresta scura, proprio nel mezzo, dove solo il Cacciatore sapeva muoversi e dove, nelle ore prossime alla mezzanotte, tirava fuori il suo arco e scagliava frecce alle stelle.
Ne raccoglieva un gran numero ogni sera, pensando che una cosa così numerosa e praticamente infinita non si sarebbe mai estinta; in fondo, messe tutte insieme stavano giuste giuste nel palmo della sua mano. Le teneva in una piccola teca di vetro, dove si raggruppavano in gocce luminose. Arrivato a casa, le usava per dipingere gli occhi della Principessa.
Ogni stella era poco di più che un granello di polvere brillante, e così ogni ritratto conteneva gocce di cielo. La cosa che impressionava, però, era la gran quantità di ritratti, tutti dipinti con le stelle. Era un gran lavoro per il Cacciatore, che perdeva molte ore al giorno dietro alle tele, ma a lui piaceva e sedava ogni rimorso dicendosi che la Regina avrebbe avuto solo pochi dipinti ancora, che presto sarebbe finito tutto e che il cielo notturno sarebbe tornato come prima.

Le settime tuttavia passavano rapidamente, una dietro l’altra, senza cambiamenti alcuni. Il Cacciatore iniziò a rendersi conto che non sarebbe mai stato in grado di decretare un ritratto l’ultimo della serie, e ben presto ne ebbe la prova. La Regina gliene chiedeva costantemente e anche se ormai tutti gli amici e i parenti avevano ognuno la propria copia, ne pretendeva per inviarli ad altri re e regine, per le pinacoteche e per i letterati, tanto per nutrire la propria vanità. Aveva deciso di inviarli anche ai nemici del regno, tanto per vantarsi della bellezza ineguagliabile di sua figlia.
Andò avanti così per molto tempo, tanto che ormai gli abitanti del villaggio cominciavano a notare la scomparsa delle stelle e a pensare che dietro ci fosse qualche maleficio.

“Non l’avrei mai notato, badi bene” diceva qualcuno “se la mia Maria non mi avesse chiamato alla finestra, ieri sera, puntando il dito al cielo. Accidenti, so che ormai è passato qualche anno, ma posso giurare che quando ci siamo innamorati, quella notte era piena di stelle, ce n’erano migliaia. Anzi milioni! E ora siamo fortunati a vederne appena una manciata.”

“La mia Claudia ha fatto lo stesso, tranne che è scoppiata a piangere mentre additava tremante il cielo. Era sconvolta terribilmente, bofonchiava che fosse un segno e poi è svenuta.”

“Mio nonno è un astronomo, lo sapete. Per quanto posso ricordare mi ha sempre trascinato fuori dal letto per andare a fissare costellazioni che trovava interessanti. Lo hanno sempre stupito, le stelle, anche se erano solo vecchie luci tremule nel mezzo del cielo, e io speravo che succedesse qualcosa, tanto per farlo felice. Beh, qualche mese fa, l’ho visto mortificato e gli ho chiesto cosa avesse. É successo qualcosa, ha detto, godetevi le stelle finchè è possibile perché il grande diavolo le sta prelevando una ad una e presto non n rimarrà nemmeno una.”

La vita continuava così, con le stelle che non cadevano ma erano rubate e col Cacciatore, che si sentiva in colpa per commettere un reato così grave per una vanità così effimera. Si ammalò, divenne pallido e secco, non riusciva a trovare una ragione per sorridere. Voleva ribellarsi per salvare le poche stelle superstiti, ma un pover’uomo come lui non poteva che adeguarsi alla volontà della Regina.

Un cambiamento, tuttavia, si verificò un giorno che il Cacciatore si presentò al castello a mani vuote. Era atterrito, nonostante si fosse preparato a sopportare lo sguardo accusatore dei Reali, sapeva di dover fare qualcosa. Prima di tutto disse che non avrebbe fatto più ritratti e la Regina gli rispose semplicemente che doveva perché glielo comandava; poi cercò di spiegare che era a corto di materiale, ma la dama gli disse che avrebbe provveduto lei a rifornirlo; infine, la sfidò, domandandole come mai avesse bisogno di così tanti ritratti, ed ella rise. La risata era sufficiente.
Resosi conto che niente avrebbe smosso i suoi committenti, il Cacciatore si risolse a svelare il suo segreto.

“Maestà” disse “come avete visto, perché il ritratto della Principessa fosse perfetto dovevano esserci stelle nei suoi occhi blu notte, ma cose così meravigliose non possono essere rappresentate o dipinte da mani come le mie” si scrutò le mani ruvide e sciupate dal tempo. “Perciò ho usato vere stelle, che ho rubato dal cielo col mio arco e con le mie frecce, perché dopotutto sono un cacciatore, e le ho posate sulle tele. Ho accetto il compito perché credevo che un dipinto fosse sufficiente e che il cielo avrebbe permesso una cosa simile, ma voi, con la vostra vanità e col vostro egoismo, mi avete costretto a fare centinaia di ritratti e ora non rimane una singola stella in cielo.”
Tacque un istante, consapevole dello sdegno che gli infiammava le guance, respirò a fondo e concluse. “Infiniti desideri futuri sono stati sacrificati per vostra figlia: per favore, non chiedete più niente e lasciatemi tornare alla vita che avevo prima.”

La Regina riflettè sulle parole del Cacciatore, quasi si convinceva di doversi pentire. Tuttavia, dopo qualche minuto, si alzò in piedi, una luce crudele negli occhi.

“Non mi interessa” disse asciutta “trova il modo di dipingerle tu stesso!” un’improvvisa ombra scura sembrò avvolgerla, proprio nel momento in cui le venne un’idea. “Prendi pezzi di luna! Brilla, no? Rimpiccioliscili finchè non hanno le dimensioni giuste e facci un altro centinaio di ritratti, dovrebbero bastare.”

Il Cacciatore era allibito e furioso con quella donna tirannica. Catturare le stelle non aveva causato danni, a parte far diminuire la magia nel mondo, ma distruggere la Luna avrebbe avuto conseguenze non solo sulla notte, ma anche sul mare. Doveva convincerla a preoccuparsi anche di coloro su cui regnava, non solo di quelli che amava, ma era terrorizzato da lei e un po’ anche da se stesso.
Così, con la morte nel cuore e lo sguardo di un uomo distrutto dal senso di colpa, il Cacciatore lasciò il castello e una Regina soddisfatta. Si mise al alvoro quella notte stessa, scagliando frecce alla luna e notando che in fondo somigliava molto alla stessa polvere luminescente delle stelle. Non era così brillante, ma la Regina sarebbe stata accontentata.

Dopo sette mesi, però, anche quella risorsa iniziò ad esaurirsi e ogni notte era sempre più buia; non c’erano più luci che illuminassero i sogni.
Anche la Regina, sebbene sperasse di poter avere più ritratti, si rese conto che le notti erano solo buio e così lasciò andare l’uomo, stringendogli la mano e complimentandosi per il suo ottimo lavoro.
Più distrutto si sempre, il Cacciatore si fermò a un’osteria sulla strada di casa, unico posto in cui poteva trovare conforto. Lì gli uomini parlavano tra loro della scomparsa della Luna e, ovviamente, chiesero il parere anche a lui su come e quando sarebbe finito il mondo. Egli rispose onestamente, sapendo che non era segno di una fine imminente, bensì un terribile errore. “Quando ci sarà un erede al trono con gli occhi dello stesso azzurro del giorno.”

“Davvero è questo quello a cui credi?” chiese uno beffardo “non per inondazioni o incendi o pestilenze, ma a causa di un bambino?” Tutti scoppiarono a ridere, il Cacciatore si strinse nelle spalle.

Ogni notte che passava, la Regina si svegliava da incubi di incendi e devastazioni. Dato che la Principessa era ormai cresciuta e aveva sposato l’uomo a cui era stata destinata, si consolava allora con i suoi ritratti. Ne ave a circa una dozzina e li voleva tutti con sé anche una volta nella tomba.
Il Cacciatore era tornato alla sua casa, nel profondo della foresta, che si promise di non lasciare più, e ogni tanto sorrideva per causa diverse: aveva un figlio ora, con un’aurea luminosa quasi abbastanza per sostituire le luci di un cielo ormai buio; continuava a dipingere, ma solo paesaggi; e poi aveva mentito alla Regina.
Non aveva raccolto tutti i pezzi di Luna per imprigionarli negli occhi dipinti della Principessa. Ne aveva tenuti circa la metà, nella stessa ampolla trasparente delle stelle, la riempivano tutta fino all’orlo. Li teneva come si fa per un sogno, con lo scopo di liberarli nell’aria un giorno e soffiarli via, in modo che potessero raggiungere la loro vecchia casa. Voleva rimediare alla sua razzia di stelle.
L’unico problema era la Regina che, lo sapeva, avrebbe ordinato che fossero nuovamente catturate. Temeva di lasciare quel mondo senza aver portato a termine la sua missione, così ne aveva parlato al figlio, nel cui volto di bimbo si era aperto in un sorriso sincero dopo aver saputo di avere le stelle nelle sue mani.

“Non le hai mai viste nel cielo, figlio mio, libere e sparse come è la loro natura e per questo mi dispiaccio. Devono essere liberate, e spero che riuscirai a farlo tu, anche se non ci sono garanzie di successo. Voglio che tu abbia figli e figlie quando sarai più grande e che possa crescerli nel migliore dei modi, perchè non so per quanti anni ancora non nascerà una Regina convinta che le stelle debbano cadere per lei. Trattale con gentilezza, le stelle, abbine cura, amale. La Regina può avere un regno a suo nome e il diritto di governare su migliaia di persone, ma penso che tu sia d’accordo con me quando dico che questa polvere lucente è un tesoro molto più grande.”

Il ragazzo, con gli occhi fissi sull’ampolla e sulle stelle che a malapena riusciva a contare, sorrise.

“Non preoccuparti papà” disse, con voce innocente e sognante. “I dipinti sono effimeri, ma le stelle durano per sempre. Un giorno tutto il colore si sbiadirà da quegli occhi, i ritratti si sfladeranno, ma le stelle non saranno cambiate di una virgola. Poi qualcuno le separerà dalla polvere e soffierà su di loro per restituile al cielo, qualcuno che ci tiene quanto te. Oppure”, aggiunse con foga, “forse troveranno la loro strada da sole, senza aiuto, ricordando che l’unica direzione che possono prendere è verso l’alto. E poi, fra un milione di anni, o quello ancora dopo, riappariranno nel cielo, una per una, nello stesso modo in cui sono cadute.”

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