Così va

Era un normale martedì quando mi sono svegliato morto.
I medici danno sempre consigli su come riconoscere qualcuno morto, in modo da non fare errori: mancanza di calore corporeo, pelle pallida, nessun movimento, una evidente mancanza di respiro.
Quella mattina strofinarmi gli occhi è stato surreale, mi sentivo a pezzi. Ovviamente ho pensato che fosse stata solamente una notte di sonno agitato, niente di più, ma quando ho scostato le coperte mi sono accorto di come fosse diventato bianchiccio il mio corpo durante la notte. Non ho pensato per prima cosa che fossi morto, solo che avessi bisogno di uscire di più, avrei dovuto prendere un giorno di ferie e andare al parco.
Mentre raggiungevo lentamente il bagno, il mio corpo faceva suoni strani, facendo rimbombare l’appartamento come se ci fosse una tempesta in atto, con i tuoni e tutto. Mi sentivo rigido, uno strano freddo mi pervadeva, come il fastidioso soffio di un condizionatore. Mi sono detto che probabilmente mi ero preso un raffreddore, ma prima che potessi convincermene il riflesso nello specchio mi ha smentito.
No, se a qualcuno fosse venuto in mente, non stavo cadendo a pezzi o cose simili. La mia pelle era sottile. Bianca e traslucida. Vedevo le vene attraversarmi le braccia, il sangue blu, immobile. E i miei occhi avevano uno strano aspetto sbiadito, quasi ammuffiti, sembravano senza vita.
Beh, in effetti è questo il punto.
Ho pensato che qualcosa si fosse rotto o fermato dentro me, chissà cosa. Ho chiamato il dottore e ho preso appuntamento per il giorno stesso. Le sale d’attesa non sono mai piacevoli, ancora peggio se tutti i pazienti ti fissano per un’ora e mezzo abbondante. E fra l’altro tutti cercavano di starmi il più lontano possibile, cosa che mi spaventava non poco.
Alla fine sono stato chiamato nella stanza sterile e ho osservato l’arredamento banale: manifesti anatomici, avviso di rischio biologico, antidepressivi per via orale etc etc. Il dottore ha attraversato la stanza per venire a stringermi la mano, guardando una cartella e chiedendomi cosa ci fosse di grave. Poi si è accorto del freddo delle mie dita e del loro spettacolare pallore.
Dopo quello che mi è sembrato un tempo infinito, mi ha detto che ero morto. Molti organi non lavoravano come dovevano, o non lo facevano affatto, come i miei polmoni ad esempio. Ero sbalordito, ovviamente. Morto, ma ancora vivo? Voglio dire, mi avevano raccontato di persone che muoiono inspiegabilmente nel sonno e poi si svegliano così, soprattutto per spaventarmi, ma non mi sarei aspettato di essere una di quelle. Il dottore si avvicinò e mi prese la mano. Sentii il suo calore vitale come fuoco sui miei nervi intorpiditi. Il suo tocco mi svegliò.
Improvvisamente non volevo più essere lì, volevo solo tornarmene a casa e vivere normalmente. Sapevo che non avrebbe funzionato, chi può davvero accettare di essere morto? Mentre mi raccontava la mia “condizione” diventai un po’ irrequieto. Dovevo continuare a mangiare come prima, pulire casa, fare questo e quello da persona comune. Quei film sugli zombie non sono accurati, direi, forse perché una vita del genere risulterebbe noiosa.
Le istruzioni, gli opuscoli e i modi rassicuranti si susseguirono per altri dieci minuti prima che fossi accompagnato alla porta e lasciato in balia di me stesso.
In realtà i giorni seguenti non furono troppo differenti dal normale. Chiamai a lavoro, per informarli della mia prematura dipartita, ma furono loro ad informarmi che che secondo le norme di Parker&Parker non potevo essere licenziato per essere morto, dato che non ero del settore alimentare. Mi trasferivano in una sede separata, così non sarei stato argomento di distrazione.
La morte non mi separava da lavoro e tasse, che ironia.
Uscii per comprare alimenti adatti alla mia nuova dieta e altre cose essenziali che mi permettessero di interagire con la gente. Non credevo che i cibi appositi  fossero così collosi e che costassero così tanto.
I giorni passavano piuttosto normalmente. Certo, non dormivo più, ma lo prendevo come un vantaggio. Avevo più tempo per leggere quelli libri lasciati a metà, o per guardare i film che devono essere visti almeno una volta nella vita. Anche le uscite con gli amici erano le stesse, solo senza birra e arachidi, e poi ero il nuovo guidatore designato a vita. Non proprio il mio stile, ma i miei amici apprezzavano.
Dopo circa dieci giorni ho notato i primi effetti del decesso: la pelle semitrasparente stava diventando verdina, soprattutto su mani e piedi, i capelli cadevano e la gente cercava in tutti i modi di evitarmi. Anche i miei amici accampavano scuse. Non davo la colpa a loro, comunque. Non ho mai avuto un buon naso, ma posso immaginare quale fosse il mio odore, nonostante i prodotti speciali. Il lato positivo era che nessuno si appoggiava ai miei braccioli, al cinema.
La routine quotidiana iniziava ad essere difficile. Le mie articolazioni si bloccavano al mattino e ci voleva molto stretching prima di riprendermi. Stupido rigor mortis. Tutti i miei capelli erano caduti, la mia pelle sembrava carta, potevo vedere gli organi dietro agli addominali.
In una fresca e piovosa mattina, forse un mese e mezzo dopo il mio trapasso, andai alla macchina e, mentre stavo per aprire, il mio anulare si è incastrato nella maniglia. Ovviamente tutto il mio corpo è caduto per terra, tranne l’anulare. Non sono andato a lavoro quel giorno, né quelli successivi, la legge è molto chiara riguardo il perdere pezzi sul luogo di lavoro.
Insomma, quello era il primo pezzo che ho perso, ma non l’ultimo. Pochi giorni dopo ho perso un altro dito e poi altre due, cosa che ha mi procurava fastidio a guidare. Le ultime due dita sono cadute contemporaneamente, forse non volevano più avere a che fare con me. A quel punto ero piuttosto inutile, non potevo nemmeno prendere in mano le cose, solamente barcollare qui e là come un pinguino. Mi sono costretto a letto, con minimi viaggi al bagno e in cucina, per mangiare cibo crudo.
La decadenza continuava a ritmo crescente. Certo, per un paio di settimane mi sentivo bene ad essere tozzo. Non bene bene, ma piuttosto bene, potevo farcela. Però dopo un mese dalla perdita dell’ultimo dito, anche il piede destro mi ha salutato. E presto mi sono ritrovato a raccattare pezzi qua e là, cercando di muovermi il più delicatamente possibile. L’ultimo passo era il disintegrarmi.
Ricordo che ero così stanco che sono andato a dormire per la prima volta dopo mesi e non mi sono più svegliato.
Beh, così va la morte.

11 risposte a "Così va"

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