Mai sentito parlare di surrealismo fotografico?
Il Surrealismo è un movimento culturale del Novecento, nato in opposizione al Dadaismo; fu André Breton (1896-1966), poeta, saggista e critico d’arte, uno dei primi a teorizzarlo. Dopo aver letto l’ “Interpretazione dei sogni” di Freud, pensò che fosse inaccettabile che sogno e inconscio avessero così poco spazio nella civiltà a lui contemporanea e decise di farsene paladino. Nel Manifesto Surrealista scriveva:

“Surrealismo, s.m. Automatismo psichico puro per mezzo del quale ci si propone di esprimere, o verbalmente, o per iscritto, o in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato del pensiero, in assenza d’ogni controllo esercitato dalla ragione, al di fuori d’ogni preoccupazione estetica o morale.”

Ebbene, il surrealismo non si esprimeva solo in pittura, scultura e letteratura, ma in tutte le arti visive compresi cinema e fotografia.
Rodney Smith è uno dei più grandi maestri della fotografia surrealista. 
Smith studia fotografia presso l’università di Yale, dove si laurea in Teologia, e gli fa da maestro Walker Evans, fotografo della Depressione americana,  che lo fa appassionare al mondo della fotografia in bianco e nero. Come dice lui stesso “Evoca l’essenza dell’esperienza vissuta. […]Non ne sono sicuro, ma credo che tragga la sua forza dalla nostra percettività visiva. Il colore si ferma all’apparenza delle cose. Può essere veramente bello, delicato, meraviglioso a suo modo, ma è totalmente diverso”.
Ma la biografia più bella, secondo me, è quella del suo sito ufficiale:

bio

Come si intuisce a colpo d’occhio, le foto di Rodney Smith si ispirano spesso a grandi artisti e in particolare al pittore surrealista René Magritte; accanto a lui, i fotografi Eugene Smith, Robert Doisneau, Dorothea Lange, Jacques-Henri Lartigue e Henri Cartier-Bresson, e i fondamentali “vecchi maestri” della pittura come Raffaello, Rembrandt e Vermeer.
Suo intento è catturare una bellezza durevole nel tempo, che scuota i sensi e la razionalità, mettendo in discussione il nostro conscio e ponendoci davanti alla presenza di correnti emotive oniriche che appartengono essenzialmente all’inconscio, al mondo emotivo. Così il sottile confine tra reale e surreale si fa labile, fino a scomparire.
Osservando le sue opere, si può osservarne la simmetria e l’equilibrio, che guidano i sensi dell’osservatore offrendo “primitive consapevolezze”; il soggetto arriva un attimo dopo, suggerisce nuove prospettive e nuovi modi di comprendere la realtà che ci circonda. Via le maschere della convenienza e dell’abitudine, libertà totale alla fantasia. 

Ulteriore cosa bella è che lavora sempre con il minimo di attrezzatura necessaria: un treppiede e qualche macchina fotografica (perlopiù Hasselblad); di rado necessita di lampade e preferisce lavorare principalmente con la luce a disposizione. I risultati delle sue sedute sono sempre stampe originali esclusive, nessun negativo o diapositiva.

Per la sua fotografia Smith ha ricevuto numerosi premi, ha esposto in importanti gallerie e musei, hz collaborato con numerose riviste ed enti. É considerato uno dei migliroi professionisti contemporanei della fotografia in bianco e nero.
Attualmente Smith insegna fotografia nella città americana di Santa Fe, New Mexico. Nel 1975 ha ricevuto un assegno di ricerca della Fondazione Gerusalemme. Il frutto del suo soggiorno in Israele è stato il suo primo libro fotografico: “In The Land of Light”, pubblicato nel 1983. Dieci anni dopo ha pubblicato il suo secondo libro: “Il libro Hat”. Nel 2005 ha pubblicato il terzo: “Il Libro dei Libri”. Infine, nel 2008 ha festeggiato 40 anni di attività pubblicato il suo quarto volume: “The End”.

Insomma, io mo sono innamorata.

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