Vieni

Vieni, c’è una strada nel bosco,
il suo nome conosco,
vuoi conoscerlo tu?

Vieni, è la strada del cuore,
dove nasce l’amore
che non muore mai più.

Laggiu tra gli alberi,
intrecciato coi rami in fior,
c’è un nido semplice
come sogna il tuo cuor.

Vieni, c’è una strada nel bosco,
il suo nome conosco,
vuoi conoscerlo tu?

Laggiu tra gli alberi,
intrecciato coi rami in fior,
c’è un nido semplice
come sogna il tuo cuor.

Vieni, c’è una strada nel bosco,
il suo nome conosco,
vuoi conoscerlo tu?

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Fiore

Il mio Amore si arrampica sui davanzali,
arriva dove gli Spiriti si perdono nel cielo
dove le vecchie storie vengono mormorate
e cantate dal Sole mentre si spegne.

Il mio Amore canta le canzoni del Deserto;
la sua melodia cresce come cresce il Sole,
la sua voce si armonizza
con le corse delle Anime Antiche.

Il mio Amore è tutt’uno con il Bosco,
nelle sue vene scorre la linfa del Grande Albero,
si bagna con la rugiada del mattino
e si attarda tra le violacciocche.

Il mio Amore porta la vita nelle Valli,
colore e luce sulle Colline
cosicché nessuno si senta al buio
e possa ballare tra i narcisi.

Il mio Amore attraversa il Fiume in silenzio,
accarezza la corrente
e la Luna lo guarda,
impotente alla luce dei suoi occhi.

Il mio Amore sogna Piani Astrali
dove comete ballano e giocano;
la forza dei suoi sogni e l’anima che vi si lega
sono la luce che donano l’Alba al giorno.

Pelle Nera

Oggi ho capito una verità importante della vita. Se siete una di quelle ragazze/donne abbastanza insignificanti, di quelle che sì vabè carina ma ce ne sono tante, femmine normali con visi normali e vestiti normali, vi basta un giubbino di pelle nera con qualche borchia e avete svoltato. Da tappezzeria a orologio a cucù.
Oggi in un’ora ho collezionato:

– “Scusa, hai da accendere?”
– “Ah bbbella!”
– tipo 1 a tipo 2: “Ti trovo in forma!”
tipo 2: “Io in forma? questa qua (io che passavo mangiando poco elegantemente una schiacciatina alle zucchine) è in forma!”
– “Ehi carina lo vuoi un caffè?”
– “Donde está una pizzeria?”

Mi sentivo un mix tra Catwoman e Steve Urkel.
Ora però voglio capire qual è il segreto della pelle nera. O magari sono le borchie. Indagherò.

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sono stato io a fare questo?

Buona Pasqua!

Dall’uovo di Pasqua
è uscito un pulcino
di gesso arancione
col becco turchino.
Ha detto: “Vado,
mi metto in viaggio
e porto a tutti
un grande messaggio”.
E volteggiando
di qua e di là
attraversando
paesi e città
ha scritto sui muri,
nel cielo e per terra:
“Viva la pace,
abbasso la guerra”.

 Gianni Rodari

Dunque, le cose stanno così

In fondo, basta lo stretto indispensabile e vicino a te quel che ti occorre puoi trovare.

Epicuro diceva: elimina i bisogni che non sono naturali e necessari, scaccia il superfluo, perchè la felicità non va cercata al di fuori dell’uomo, ma dentro esso. La vera grande felicità è la vita e le poche e importanti briciole che essa ci dona.

“Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c’è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per averla.”

Solitudine

Lo zingaro veniva deciso a restare nel villaggio. Era stato nella morte, effettivamente, ma era tornato perché non aveva potuto sopportare la solitudine.

– Gabriel García Márquez, “Cent’anni di solitudine”

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Divine Muse

Peggy Moffitt. Modella, attrice, icona emblematica degli anni ’60.

Nasce nel 1940 (poi c’è chi dice ’39, chi ’37) a Los Angeles, ma non si dedica all’abbronzatura e al surf.

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Peggy a Malibù, 1958

Nel 1955 partecipa al film commedia “You’re Never Too Young” (tradotto non so come in italiano “Il nipote picchiatello“)e  a poco più di vent’anni, iniziando una relazione col fotografo William Claxton, diventa anche musa indiscussa dello stilista Rudi Gernereich, collaboratore di Claxton. I tre formano una squadra inseparabile e vincente: lo stilista crea abiti decisamente stravaganti e provocanti, il fotografo scatta con passione, la modella dà il meglio di sè.

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Peggy sviluppa uno stile tutto suo, facendone una firma: ciglia lunghissime e falsissime, trucco pesante ispirato al teatro Kabuki (pare ci volessero almeno due ore per ottenerlo), capelli dal taglio asimmetrico creato appositamente dal signor Vidal Sassoon, il cosiddetto “cinque punte”.

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Nel 1964, la bomba: una foto dove indossa il monokini, ovvero mostra il seno a tutto il mondo portando un costume da bagno a un sol pezzo. Diventa subito emblema di una nuova sessualità.

                          

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ta-daaaaa!

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Nel ’66 recita nella parte di se stessa in “Qui Êtes-Vous, Polly Maggoo?, diretto dal marito e appare anche in “Blow-Up” di Antonioni. Sempre parlando di apparizioni cinematografiche, fa da protagonista in “Basic Black“, considerato come il primo vero video di moda.

Negli anni successivi continua ad indossare gli stravaganti abiti di Gernreich, spesso di plastica trasparente, e mette su famiglia.
In tempi più recenti ha collaborato con Comme des Garçon per ricreare gli abiti del suo storico stilista, le sue foto hanno fatto parte della mostra “Model as Muse” presentata al MET, Marc Jacobs si è ispirato a lei per una delle sue ultime sfilate.
Insomma, Peggy era e è l’immagine di una donna iper-espressiva, che riesce a comunicare rompendo gli schemi, sia nel panorama della moda, sia nel contesto socio-culturale di allora come di ora.

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Peggy Moffitt e William Claxton

 

 

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“Povero, povero fantasma,” mormorò con tenerezza “non c’è proprio un luogo dove possa trovar sonno?”.
“Lontano di qua, oltre la pineta,” rispose il fantasma con voce sommessa e sognante “c’è un piccolo giardino. Laggiù l’erba cresce lunga e folta, il fiore della cicuta vi allarga le sue grandi stelle bianche, l’usignolo vi canta tutta la notte. Tutta la notte, canta, e la fredda luna di cristallo si china a guardare, e l’albero del tasso distende le sue braccia gigantesche sui dormienti”.

Gli occhi di Virginia si appannarono di lacrime ed essa si nascose il volto tra le mani.

“Lei sta parlando del giardino della morte” mormorò.
“Sì, la morte. Oh, la morte deve essere tanto bella. Poter giacere nella morbida terra bruna, con gli steli dell’erba che si agitano leggeri sopra il tuo capo, e ascoltare il silenzio. Non avere né ieri, né domani. Dimenticare il tempo, perdonare la vita, essere in pace. Tu potresti aiutarmi. Potresti aprire per me i battenti della Casa della Morte, poiché l’amore vi sta sempre vicino, e l’amore è più forte della morte”.

Virginia tremò; un brivido glaciale le serpeggiò per la schiena, e per alcuni attimi regnò tra loro un silenzio sepolcrale. La fanciulla ebbe la sensazione di vivere come in un sogno terrificante.
Poi il fantasma riprese a parlare, e la sua voce assomigliava al sospiro del vento.

“Hai mai letto l’antica profezia che sta sulla finestra della biblioteca?”.
“Oh, sì!” esclamò Virginia, alzando vivacemente il capo. “Tante volte! La conosco benissimo. E’ dipinta in strane lettere nere, ed è difficile da leggersi. Non sono che sei versi:
Quando una fanciulla bionda strapperà
La preghiera dalle labbra del peccato:
Quando il mandorlo inaridito rifiorirà
E un’innocente creatura verserà lacrime,
Ritornerà tranquilla la dimora
E la pace scenderà su Canterville.
…Però non so che cosa significhino”.
“Significano,” disse tristemente il fantasma “che tu devi piangere per i miei peccati, perché io non ho lacrime, e pregare con me per la mia anima, perché io non ho fede, e poi, se tu sarai stata sempre buona, dolce e gentile, l’angelo della morte avrà pietà di me. Tu vedrai nell’oscurità ombre paurose, e voci malvagie ti sussurreranno all’orecchio, ma esse non ti faranno male, poiché contro la purezza di una creatura innocente le forze dell’inferno non possono prevalere”.

Virginia non rispose, e il fantasma si torse le mani in preda alla disperazione guardando l’aureo capo reclino della fanciulla.
Improvvisamente questa si alzò, pallidissima, con una strana luce negli occhi.

“Io non ho paura,” disse con fermezza “chiederò all’angelo di avere pietà di te”.

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Charles Laughton e Margaret O’Brien, The Canterville Ghost, 1944

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