D è il piccolo di casa. Ha tre anni e un po’, come dice lui, e quando parla non si capisce niente. Ci vorrebbe il traduttore automatico, oppure quel collare che indossa Dug nel film Up che traduce il linguaggio canino in umano.

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Scoiattolo!

Perchè appiccica tutte le parole, dice una frase pronunciandola come un tutt’uno di nomiverbiaggettivi. Per esempio, per capire come si chiamasse il suo amico dell’asilo, sono stata più o meno dieci minuti ascoltandolo ripetere questo nome e chiedendo conferma delle mie intuizioni.
“Come si chiama il tuo amichetto?”
“Madsrgtrguigouapoisdjh.”
“Eeeh…Marco?”
“No”
“Mattia!”
“No no! Madsrgtrguigouapoisdjh”
“Allora Michele.”
“No” – linguaccia.
Alla fine ho capito che erano nome e cognome messi insieme.
Però quelle volte in cui capisco cosa dice, non posso fare a meno di stupirmi. Prima ad esempio eravamo al parco a godere un po’ del sole e D mi fa “Guarda Saha, gli albei” e mi indica delle piantine secche e stenterelle “secondo me sono i peli della terra.” E io lo guardo, mentre già si è interessato ad altro. 
Per fortuna che c’è lui che alimenta la mia fantasia.

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