Dal profondo della notte che mi avvolge,
nera come un pozzo che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque Dio esista
Per la mia anima invincibile.

Nella feroce morsa delle circostanze
Non ho trasalito, non ho gridato a voce alta.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Al di là di questo luogo di collera e lacrime
Incombe il solo Orrore delle ombre
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretta sia la porta,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

 William Ernest Henley

Ieri durante un estenuante viaggio di 10 ore di pullman da Brides-les-Bains a Firenze, l’unica parte un po’ più entusiasmante è stato vedere Invictus sul televisorino di dotazione a tre metri di distanza dal mio posto. Non male, non male, nonostante dal fondo del pullman arrivassero cori goliardici del tipo “Se non spegni quel canale poi finisci all’ospedale”. A me è piaciuto, forse perchè ho un grande amore per Morgan Freeman e Clint Eastwood (Joe “il Biondo” ogni tanto lo sogno), o magari perchè alle medie giocavo a rugby. Cioè, giocavo…più che altro passavo le bottigliette d’acqua ai ragazzi che giocavano, perchè altrimenti avrei davvero rischiato di spezzarmi le ossa. Però il mio professore mi permetteva di allenarmi con loro e il mio spirito da maschiaccio gliene sarà perennemente grato.
Insomma, questo film non mi è dispiaciuto affatto, un lato di Mandela che mi era totalmente sconosciuto. La lotta all’apartheid e la creazione di un’unità nazionale che strategicamente partono dallo sport. Certo, cinema leggero senza dubbio, però quella poesia…

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