Che succede dopo la morte? Non sono credente (mi sento di aggiungere un purtroppo, ma senza entrare in dettaglio) perciò, non posso immaginarmi una distesa di nuvole vaporose e angioletti luminosi che svolazzano in giro, e nemmeno un enorme calderone di anime dannate che corrono in giro col fuoco alle calcagna. Il Limbo mi sembra lo abbiano abolito, perciò niente da dire su quello. 

Per definizione la morte è “la cessazione di quelle funzioni biologiche che definiscono gli organismi viventi.” Con la morte, termina l’esistenza di un essere vivente ed essa non può essere definita se non in relazione alla vita. É quella “condizione irreversibile di cessazione delle funzioni definite di un sistema di riferimento”. Così pare che se la si guarda da un punto spazio-temporale infinito, la morte non esiste in quanto l’universo non perde mai le proprie funzioni. La morte è quindi una condizione relativa. Devo studiare meglio questa riflessione.

Quanti filosofi si sono domandati cosa sia la morte? É sempre stato un argomento affascinante, vuoi perché legato alla definizione di vita ed esistenza, vuoi perché apre diverse strade sul concetto di un “dopo”.
Eraclito sosteneva che il divenire di tutte le cose è il risultato del perenne conflitto che permea il tutto e che si esprime nell’incessante tensione e trasformazione di un contrario nell’altro e quindi la morte soggiunge quando gli opposti non riescono più a conciliarsi o, quanto meno, a regolarsi a vicenda.
Parmenide si esprimeva metafisicamente dicendo che nascita e morte non esistono. Cioè: dato che prima di nascere e dopo la morte “non siamo”, esse non sono che assurdità dato che il “non essere” non esiste per definizione. Piuttosto cervellotico.  
Epicuro invece sosteneva di non dover temere la morte, in quanto il filosofo che sa e pensa capisce che “quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte noi non ci siamo più”.
Seneca la vedeva come liberatrice da tutti i mali e i dolori, né buona né cattiva, ma semplicemente “nulla”.
Passando poi al cristianesimo, non c’è niente da temere, perché la morte è solo un momento di passaggio necessario per giungere alla vita vera del Paradiso. Teoria ampiamente sviluppata nel corso del Medioevo col suo “di doman non c’è certezza”. Che poi ho scoperto che proprio nel Medioevo è stato introdotto il concetto di eutanasia, da Tommaso Moro, che la chiamava “buona morte”.
Passando a giorni più vicini, Heidegger affermava che l’uomo, che si trova nel mondo già sapendo della sua angosciosa fine, riesce a sopportare questo peso solamente riflettendo e filosofeggiando sulla morte, mentre Montaigne riteneva che le persone dovessero convivere pacificamente con questo “spettro”  per farselo amico.
Ultimamente, invece, pare che ci sia in noi “ un’evidente tendenza a scartare la morte, a eliminarla dalla vita”. Abbiamo dimenticato che dobbiamo morire. Ohibò. 
E dopo? Che si fa quando il cuore smette di battere e il cervello di mandare impulsi? Potremmo: 

  • reincarnarci, come diceva Pitagora
  • rinascere a seconda del nostro karma
  • andarcene beati in Paradiso o dannati all’Inferno
  • vagare per il mondo sotto forma di anima
  • smolecolarizzarci e tornare polvere di stelle
  • degradarci pian piano, mischiarci alla terra, diventare linfa di fiore e poi essere assimilati da qualche animale e entrare nel cerchio della vita
  • tornare alla matrice fondamentale dell’Universo/Multiverso
  • diventare fantasmi 
  • elevarci al rango di Angeli Custodi
  • trovarci nel nulla

Fortunatamente, c’è tanta scelta.

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