Io non devo truccarmi quando vado a vedere l’opera, che poi con le lacrime mi cola tutto il mascara e sembro una macchia di Rorschach. Perché io proprio non resisto, mi partono in automatico i goccioloni che si condensano sulle ciglia e che stanno lì cado-non cado. Tra la storia, che solitamente non è delle più allegre, e il canto e la musica, mi trasformo in una signorina sensibile e tendente alla malinconia.

Ieri sono andata a teatro per la “Madama Butterfly”, di Puccini. Non l’avevo mai vista, ho solo ascoltato qualche volta il vinile. Beh è stato bellissimo. Aggettivo scontato, ma è così.
Direttore Juraj Valčuha, regia di Fabio Ceresa, il caso ha voluto che la Cio-Cio-San di quella sera fosse una vera giapponese, Yasko Sato, che mi ha fatto venire i brividi persino sulle dita dei piedi con quella sua voce celestiale. Pinkerton, poverino, è stato davvero bravo ma gli applausi non erano così entusiastici…colpa del ruolo. Le scenografie erano perfette, essenziali e ben illuminate e l’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino è stata eccezionale. Ottimo lavoro anche a Puccini.

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Litografia di Adolfo Hohenstein, 1904

E pensare che la prima, datata 17 febbraio 1904, al Teatro della Scala, è stata un totale fiasco. Non pensavo, ma persino una delle sorelle di Puccini non è riuscita a sopportare l’opera e ha anche detto “Alle due siamo andati a letto e non posso chiudere occhio; e dire che tutti eravamo tanto sicuri! Giacomo, poverino, non l’abbiamo mai veduto perché non si poteva andare sul palcoscenico. Siamo arrivati in fondo non so come. Il secondo atto non l’ho sentito affatto e, prima che l’opera finisse, siamo scappati dal teatro.”

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Geraldine Farrar interpreta Madam Butterfly, 1907

 

Eppure il povero Giacomo ci aveva messo tre anni per completarla e si era documentato con minuziosità sull’oriente, servendosi addirittura della moglie dell’ambasciatore giapponese, Sada Yacco.
Depresso da questo risultato, riscrisse tutto eliminando scene, aggiungendo dettagli e modificando in toto l’aria del suicidio della Butterfly. Tre mesi dopo, l’opera riscuoteva un successo entusiastico al Teatro Grande di Brescia.

La trama, per chi non la conoscesse: 
Cio-Cio-San (San=Signora, Cio-Cio= Farfalla, quindi “Madama Butterfly”), è una ragazza giapponese di 15 anni, diventata geisha dopo la morte del padre per potersi sostentare e dare un po’ di soldi anche alla madre, rimasta sola. Goro, sensale di matrimoni, vedendo in lei un ottimo affare per i suoi giochi, le combina le nozze con l’aitante tenente della marina statunitense Benjamin Franklin Pinkerton.

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Prandelli nel ruolo di Pinkerton, Scala, 1951

PINKERTON
Amore o grillo ~ donna o gingillo
dir non saprei. ~ Certo costei
m’ha coll’ingenue ~ arti invescato.
Lieve qual tenue ~ vetro soffiato,
alla statura ~ al portamento
sembra figura ~ da paravento.
Ma dal suo lucido ~ fondo di lacca
come con subito ~ moto si stacca,
qual farfalletta ~ svolazza e posa
con tal grazietta ~ silenzïosa
che di rincorrerla ~ furor m’assale
se pure infrangerne ~ dovessi l’ale.

La giovane ragazza è inesperta, ingenua, sognatrice e innamorata dell’idea dell’amore, così si prepara con grande gioia all’incontro senza sospettare, ovviamente, che l’uomo a cui è promessa è un libertino desideroso solamente di godere a breve termine della sua virginea bellezza orientale. Tant’è che dispone di sposarla con un rito giapponese che non ha alcun valore in America e che lo svincola da ogni dovere non appena decida di andarsene. Cosa che Pinkerton ha già in mente di fare, per tornare in patria e continuare a vivere la sua vita da «yankee» spensierato.
Nonostante le profetiche parole del console al furbo militare, col suo «Badate, ella ci crede!» e nonostante la stessa Cio-Cio-San venga avvertita dalla sua famiglia e dal temibile Zio Bonzo che sta commettendo uno sbaglio, il matrimonio viene organizzato.

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Lo Zio Bonzo, Teatro dell’Opera di Roma, 2012 

Pur di realizzare il suo romantico sogno d’amore, Butterfly ripudia parenti e religione. Incontra l’americano e vi si abbandona totalmente, con commovente slancio. 

 

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Opera House, 2006

CIO-CIO-SAN
Adesso voi
siete per me l’occhio del firmamento.
E mi piaceste dal primo momento
che vi ho veduto. ~ Siete
alto, forte. ~ Ridete
con modi sì palesi!
E dite cose che mai non intesi.
Or son contenta. ~ Vogliatemi bene
un bene piccolino,
un bene da bambino
quale a me si conviene.
Noi siamo gente avvezza
alle piccole cose
umili e silenziose,
ad una tenerezza
sfiorante e pur profonda
come il ciel, come l’onda
lieve e forte del mare.

Dopo questo fugace, appassionato incontro, Pinkerton non ci pensa due volte e lascia il Giappone per tornare in America, promettendo a Cio-Cio-San di fare presto ritorno in Oriente, “nella stagion beata che il pettirosso rifà la nidiata” e abbandonandola senza niente. Ella non sospetta alcunchè, presa dalla passione e dall’amore che ormai hanno generato nella sua mente una felice vita insieme all’uomo, e attende, rifiutando persino il matrimonio col ricco Yamadori nonostante la miseria in cui versa.

 

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Camilla Williams nel ruolo di Cio-Cio-San e Margery Mayer nel ruolo di Suzuki, New York City Opera, 1946

CIO-CIO-SAN
Un bel dì, vedremo
levarsi un fil di fumo sull’estremo
confin del mare.
E poi la nave appare
e poi la nave è bianca.
Entra nel porto, romba il suo saluto.
Vedi? E venuto!
Io non gli scendo incontro. Io no. Mi metto
là sul ciglio del colle e aspetto, aspetto
gran tempo e non mi pesa
la lunga attesa.
E… uscito dalla folla cittadina
un uom, un picciol punto
s’avvia per la collina.
Chi sarà? chi sarà?
E come sarà giunto?
che dirà? che dirà?
Chiamerà Butterfly dalla lontana.
Io senza far risposta
me ne starò nascosta
un po’ per celia, un po’ per non morire
al primo incontro, ed egli alquanto in pena
chiamerà, chiamerà:
«Piccina ~ mogliettina
olezzo di verbena»
i nomi che mi dava al suo venire.
Tutto questo avverrà, te lo prometto.
Tienti la tua paura ~ io con sicura
fede lo aspetto.

Un bel dì vedremo cantato da Maria Callas

Finalmente, dopo tre anni, Pinkerton torna in Giappone, ma non vuole mostrarsi a Cio-Cio-San e chiede al Console di farle presente che non è tornato per lei. Quando Sharpless va dalla ragazza, però, ella gli mostra un bambino con i capelli biondi e le iridi azzurre, ma gli occhi a mandorla: è il figlio di  Pinkerton. 

 

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Geraldine Farrar nel ruolo di Butterfly, col bambino, 1908

Durante questi tre anni trascorsi in America, però, l’ufficiale ha sposato un’altra donna che porta con sé in questo viaggio e che, saputo del bambino, chiede di poterlo portare in America per vivere come una famiglia felice. Cio-Cio-San dà per scontato invece che Pinkerton sia tornato per ricongiungersi con lei, sogna momenti di infinita tenerezza tra loro, immagina di poterlo amare come se il tempo non fosse mai trascorso. Sia la fedele dama Suzuki che lo stesso console Sharpless cercano di farle capire che la situazione non è come immagina, ma la giovane oppone una netta resistenza alla realtà. Ma quando l’altra sposa americana le si presenta personalmente a casa, Cio-Cio-San è costretta a prendere consapevolezza degli eventi. 

 

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Elena Filipova nel ruolo di Cio-Cio-San, Ellen McLain nel ruolo di Kate Pinkerton e Brent Ellis nel ruolo di Sharpless, Seattle Opera, 1995

A questo punto il suo sogno d’amore comincia a sgretolarsi, la sua appassionata visione è ormai svanita e non sembrano esserci vie d’uscita. Alla fine, con il cuore ormai consumato dalla disperazione, Cio-Cio-San vede rischiararsi nel buio dei suoi patimenti un’unica strada: il suicidio con lo stesso pugnale utilizzato dal padre anni prima. La sua fedele dama di compagnia Suzuki, che ha intuito la sua decisione, per impedirle di compiere l’insano gesto le fa correre tra le braccia il figlio: Cio-Cio-San lo vede, si commuove e per qualche istante lo abbraccia con slancio materno, ma ciò non basta a mutare le sue intenzioni. Non appena il bambino lascia la stanza, la madre compie il catartico, disperato e inevitabile gesto: l’hara-kiri. 
Pinkerton, resosi conto troppo tardi di aver sbagliato e già roso dal rimorso, accorre nell’abitazione di Cio-Cio-San e si getta impotente sul suo corpo ormai privo di vita. 

 

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Il suicidio

CIO-CIO-SAN
Tu, tu piccolo iddio!
Amore, amore mio,
fior di giglio e di rosa.
Non saperlo mai
per te, per i tuoi puri
occhi, muor Butterfly
perché tu possa andare
di là dal mare
senza che ti rimorda ai dì maturi,
il materno abbandono.
O a me, sceso dal trono
dell’alto paradiso,
guarda ben fiso, fiso
di tua madre la faccia!…
che te n’ resti una traccia.
Addio! piccolo amor!
Va’. Gioca, gioca.

 

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