Muoversi

Sensi alterati
vedere l’estate nel buio dell’inverno
l’inverno nell’estate

vedere il ciclo in cui proiettiamo
le nostre vite
assumendo che

 anche noi ritorneremo
come tutti gli esseri
a vita infinita

la verità è che purtroppo
il seme non può essere albero
la spirale non può essere cerchio

Aveva camminato attraverso il buio, un passo di fronte l’altro, con determinazione, incessantemente. Se aveste cercato i suoi occhi, l’avreste visti fissi su un bersaglio distante. Non esisteva alcun obiettivo oltre quello, nient’altro contava.
L’oscurità era infinita, un posto dimenticato da ogni dio, un buio creato da nessuno al di là della creazione e del tempo. Il buio si chiuse sfiorandolo. Dove toccava, la pelle diventava ombra anch’essa, svelando il suo io, dissolvendosi in niente.
Non sapeva che sarebbe successo, non importava. La pelle non gli interessava, aveva il suo obiettivo.  Avanzò, combattendo la forza oscura che lo circondava.

Il tempo passava, le stelle cambiavano posizione nel cielo, le stagioni si susseguivano. L’oscurità in aumento scavava in profondità dentro di lui. Si muoveva ancora, sempre più veloce, il tempo a sua disposizione stava per finire, doveva sbrigarsi. Ce l’avrebbe fatta ‘stavolta, finalmente sarebbe arrivato alla fine di tutto.

Il tempo passava. Città nascevano e cadevano, montagne finivano in polvere, continenti si spostavano e si incrociavano. Il suo cuore si fermò, non avendo più nulla da muovere. Eppure anche questo non lo frenò. La morte era un piccolo ostacolo, finché continuava a muoversi. Il suo obiettivo gli danzava in testa, non riusciva a ricordarlo, ma sapeva cos’era. L’unico oggetto realmente fondamentale della sua esistenza. Così continuò a muoversi, perdendo sempre di più il suo corpo.

Il tempo passava. Le stelle si formavano e morivano, gli universi crollavano e si ingrandivano. Spostarsi gli era sempre più difficile, ma era ancora possibile e non si sarebbe lasciato fermare, non quando era così vicino. Finchè la sua anima rimaneva intatta, avrebbe proseguito.

Era un viaggio che aveva affrontato migliaia di volte prima, ogni volta con un corpo diverso. Aveva sempre fallito, non aveva mai raggiunto l’oggetto alla fine dell’oscurità. Era nato più e più volte, sempre conscio del suo obiettivo, ma non lo ricordava mai. Aveva bisogno di ricordare. Sapeva che era questo il premio, alla fine: ricordare ciò che desiderava così tanto. L’idea danzava ai bordi della sua coscienza, attraversava la sua anima, gli permetteva di esistere. E lo guidava, non sarebbe stato soddisfatto fin quando non l’avesse rivisto.

Il tempo passava. Il tempo si fermò, l’Universo cessò di esistere, gli dei tornarono ai loro paradisi. Ma l’uomo si muoveva ancora, era la sua ultima possibilità. Non ci sarebbe stato un altro momento per lui.
Poteva vederlo, nel buio, una singola forma brillava, circondata da piccoli sprazzi di luce. Sono qui, disse, facendo cenno come se quella potesse rispondergli. L’eternità era passata migliaia di volte durante la ricerca, ma ora era giunta la fine.
Il ricordo ai bordi della sua mente lo trascinò, desiderava quella cosa, sapeva che gli avrebbe dato pace. Poteva vedere chiaramente: una fotografia sbiadita, strappata ai bordi, passata attraverso gli eoni. Con mano d’ombra, la strinse. Non poteva sospirare di sollievo, non poteva sorridere, ma in quel momento aveva vinto il Tempo e la Morte, aveva ciò che gli serviva. Impaziente sollevò la foto e la guardò.

Bianco. Vuoto.

La foto era troppo sbiadita, non c’era nessuna immagine. Il ricordo che l’uomo tanto desiderava, era perduto con tutto il resto. Una sola lacrima si formò all’angolo dei suoi occhi trasparenti, rotolò lungo il suo viso mentre il suo corpo spariva nel buio.

Quell’unica lacrima cadde, proprio quando l’uomo non c’era più, atterrando sulla foto bianca. Lo sporco degli eoni d’attesa fu lavato via per un secondo. Il volto di una giovane donna, i suoi profondi occhi scuri, la bocca incurvata in un sorriso dolce, fermati in quell’attimo di tempo.

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Ispirata da un commento di luporenna ( http://www.latana.wordpress.com/ ) sulla metempsicosi.

Luci

Saul fece qualche passo.

Non era mai successo prima e doveva succedere proprio quella sera, tra tutte le notti! Guardò l’orologio con una smorfia e fece qualche altro passo. Dov’era?

Dietro la tenda udì il chiacchiericcio della folla, il ritmo della musica.

Eugene il Magnifico, “L’Uomo Straordinario”, gli si avvicinò con uno sguardo interrogativo. Rispose con un’alzata di spalle. Eugene guardò il suo orologio, si asciugò la fronte e bevve un sorso dalla sua fiaschetta.

“Ora o mai più, Saul. Riuscire o morire. Puoi farlo da solo! …dovrebbe già essere qui…”

Saul annuì.

Eugene fece un respiro profondo, chiudendo gli occhi per qualche preghiera a chissà che dio, poi si gettò sul palco. Le luci – quelle importantissime luci – ardevano e scintillavano. Fece quel che doveva fare. Saul ascoltava nervosamente, un po’ di gelosia gli brillava negli occhi: Eugene poteva farcela da solo, lui no.

Si guardò intorno ancora una volta, camminando avanti e indietro davanti a uno dei riflettori. Nulla. La voce di Eugene gli arrivò dal palco, con una nota di paura e incertezza che solo lui poteva intuire.

“…e ho il piacere di annunciare il più grande – e non esagero – il più GRANDE burattinaio di ombre in circolazione ai giorni nostri…!”

Non doveva succedere. Era solo, la sua compagna aveva deciso di non arrivare. Inconcepibile, impossibile.

“SAAAAAUL L’OOOOMBRAAAAA!”

Con un ultimo sguardo alla sommità del tendone, si erse in tutta la sua altezza e uscì sul palco.

Il pubblicò applaudì in modo esagerato, poi un po’ meno, poi si calmò. Un tremito si diffondeva tra la gente, un dubbio, un mormorio di incertezza. Il silenzio aumentò di volume, gli applausi divennero sussurri. Saul era lì, orgogliosamente pietrificato, in piedi sul palco.

“Ma…” dubitavano fra loro le persone “…dove…” sussurravano. 

“Ma” gridò il pubblico “DOV’É LA SUA OMBRA???”

 

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“Una volta ho sentito la storia di un uomo che poteva tenere l’intero universo nella sua gola”

“Era un gigante per caso?”

Ci pensai su per un secondo.

“No” risposi “era un cantastorie”.

Delusione

Marco amava il suo InfiniFrigo. O almeno, lo amava finchè non sposò Sabrina.

In un primo momento fu incredibile. Assunto come ingegnere manutentore alla Luxury Star Cruiser, Marco aveva trovato una nuova casa e meraviglie incredibili. Camminava attraverso camere così alte da non poter vedere il cielo, spazzava la spazzatura da spiagge artificiali più belle di quelle reali, vedeva stelle cadere come pioggia dal Ponte Mediano di Osservazione.

E poi gli avevano dato l’InfiniFrigo.

Un InfiniFrigo era piuttosto basilare per chi possedeva un incrociatore di lusso, ma Marco non aveva mai visto niente di simile. Nel posto dove era nato praticamente tutto era finito: acqua razionata, cibo in pillole, elettricità a pacchetti…quasi mai qualcosa bastava. Quindi potete immaginare come si sentisse ad avere un frigorifero in grado di dargli una quantità infinita di tutto ciò che voleva.

Beveva 10 bicchieri d’acqua al giorno, anche se non aveva sete; mangiava sempre, tutte le sere, una Bistecca Nebulare con Patatine Spaziali, in abbondanza, fino a riempirsi lo stomaco, poi ne piluccava delle altre. La pura meraviglia dell’abbondanza gli donava un brivido che avrebbe ricordato per sempre.

C’era una piccola cosa però. Ecco, dovete sapere che Marco amava sua moglie Sabrina, ma proprio non gli andava giù cosa aveva fatto con l’InfiniFrigo. Aveva lavorato su quell’intelligenza artificiale, impostando i livelli nutrienti di Marco e il suo indice di massa corporea, l’aveva modificata in modo che monitorasse il corpo del marito, l’aveva convinta a ignorare i suoi comandi, totalmente.

Dove una volta si trovava il bar, lungo fino all’orizzonte di una luna di medie dimensioni, adesso c’era un piccolo e povero set di succo di carota e mirtillo. Dove un tempo c’erano lunghe file di salsicce e palline di formaggio fritto, ora campeggiava un mazzetto di sedano tra carote sminuzzate.

Dove Marco aveva trovato una fornitura inesauribile di meraviglie gastronomiche, ora c’era un freddo tunnel di delusione.

Sospirò, e si costrinse a mangiare un altro cucchiaio di gelato al risotto.

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Photo by Shayne Gray

Foglia

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Durante la mia ultima visita alla molto lontana Isola Chimerica, mi sono imbattuta in una Foglia che mi ha ricordato di noi. Mi ha parlato in chiave di Sol, una lingua straniera (ma non estranea) che ti scorre dentro e ti scuote.

Allora ho preso la Foglia e ho accarezzato il suo stelo, come ho accarezzato il tuo ego tempo fa (te lo ricordi?). Poi si è alzato il vento e me l’ha strappata dalle mani, cantando la tua Ballata dell’Amore Fittizio in Mi minore, ogni nota una lettera d’adorazione.

Ho seguito la Foglia fino a inciampare nella tua ombra. Allora ho recitato per te, quella canzone dell’Illusorio Desiderio, meglio di quanto abbia mai fatto…e poi l’ho dimenticata.

Mente

I consigli dei Grilli Parlanti, evaporati. Tutto ciò che rimane: gocce di rugiada, lacrime; una memoria intatta; due sillabe sibilanti attraverso labbra serrate, da sciogliere delicatamente.

Per favore, tocca la mia mente, anche inappropriatamente.Immagine

Letterina

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É quel periodo dell’anno. Si sente proprio nell’aria, umidiccia e appiccicosa, di quella che ti fa spiaccicare i capelli contro il viso abbattendo i tuoi tentativi di pettinarti in maniera almeno decente. Che poi in realtà non è uno dei miei problemi, io i capelli li raccolgo in una coda/treccia/chignon. Sempre, inequivocabilmente. Li ho maltrattati talmente tanto in questi anni che hanno iniziato a ribellarsi e se li lascio sciolti sembro più un fungo atomico che una ragazza. E poi ora sono rossi, quindi l’effetto vulcano si addice ancora di più.

Sto divagando. Dicevo: è quel periodo dell’anno. Nell’aria, oltre a centinaia di milioni di batteri che ti si infilano ovunque e mietono vittime tra cui la prima sono io, c’è l’odore della legna bruciata, delle mele essiccate, spuntano ad ogni angolo carretti con le caldarroste…adoro le castagne, ho un amore smisurato per quelle piccole ballotte raggrinzite e ustionanti che vorresti mangiare non appena te le porgono, ma così facendo sai che ti brucerai il palato in maniera irreparabile e allora aspetti cinque secondi e inizi a soffiare come se fosse lo scopo della tua vita raffreddare quelle castagne per poterle infilare in bocca e pensarti in poltrona davanti al fuoco con il tuo libro preferito.

Che poi te le fanno pagare come fossero le ultime dieci rimaste sulla Terra, ma quegli omini che stanno dietro al carretto e amorevolmente girano e rigirano quel “cereale che cresce sull’albero” sono talmente gentili e sorridenti che anche dopo che alla risposta del “Quanto costano?” il cervello ti riporta alla mente l’immagine del tuo portafoglio da cui volano le mosche non puoi dirgli di no, “Il sacchettino piccolo per cortesia”.

Odori caldi, invitanti, le vetrine iniziano a riempirsi di lucette stroboscopiche da 1000W, i bambini si spiattellano davanti ai vetri dei negozi pieni di giocattoli nuovi imperando “Lo voglio!” e i genitori, per l’unica volta in un anno intero, possono rispondergli “Lo dovrai scrivere nella letterina per Babbo Natale, allora” invece che trascinarli via borbottando una sfilza di ce l’hai già-costa troppo-tanto poi lo rompi subito.

Ragazzi che bella la letterina…la Lettera delle Lettere. Io la scrivevo puntualmente ogni 8 dicembre, con quelle parole tutte storte e indecise. Non ricordo di aver mai chiesto qualcosa di materiale, forse solo qualche libro o delle matite, ma non ero una di quelle bambine viziate che chiedevano Barbie Vattelappesca o la scatolina dei trucchi a forma di cuore. Scrivevo piuttosto una bella missiva calorosa, chiedendo a Babbo Natale come se la passasse e come stesse l’Elfo Filippo (era il mio elfo personale), se per favore puoi portare delle nuove orecchie per il nonno sordo, io sono stata brava, un bacio grosso.

Ho ancora una letterina che scrisse mio nonno del Natale ’98, l’ultimo che ha passato insieme a me. “Poco tempo fa ò scritto una letterina a Babbo Natale, che è tanto buono, di portare tanti bei regalino ai bambini. Se mi facesse il favore di portarne una anche alla mia cara nipotina Sara; se poi a lei piaccia, meglio ancora. Sicuro che Babbo Natale mi farai questo favore, ti ringrazio. Nonno Giordano.” Come facevo a venire su male, con un nonno così?

Questo periodo dell’anno mi piace, da morire. C’è aria d’attesa, dal primo dicembre si iniziano ad aprire le finestrelle del calendario dell’avvento, cominciamo a chiederci cosa regaleremo a chi (perché è meglio prepararsi in tempo, ma poi finisce sempre che i regali si comprano due giorni prima tra i rimasugli degli invenduti) e dove è meglio andare per il pranzo.

Mi godrò davvero questo mese di bontà gratuita, il solo momento in 365 giorni in cui le persone si sentono in dovere di essere gentili anche se normalmente sono delle carogne con tanto di certificato, carine e generose nonostante il resto dell’anno siano di quelle che scucire un centesimo per i bambini poveri del terzo mondo è oneroso per le loro tasche.

Cercherò di non notare l’ipocrisia e il perbenismo e di far finta che la gente sia veramente come appare. E intanto mangerò caldarroste. Tante. Fino a farmi venire il mal di pancia.

Punto e Virgola

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Permettimi di ricordare il tuo viso: tu sei uno per cui vivere (e non morire). Il tuo sorriso mi acceca, una similitudine con un solo occhio, un ciclope grammaticale.

Lascia che ci uniamo, diventiamo due avverbi congiunti: Ora e Dopo. Connettiamo le nostre proposizioni e diventiamo una frase sola, costruiamo un tempo futuro.

Facciamo l’amore come Punto e Virgola, diveniamo ognuno il complemento dell’altro.

Pronomi indipendenti, cuori in transito. Sei tu l’oggetto del mio amore, il soggetto delle frasi, l’estremità della mia sintassi.

Sei uno per cui vivere, e credimi, perché io non sbaglio mai un infinito.

Volare

Voglio volare.

Si dice che i sogni diventano realtà, se non ti arrendi. Se non smetti di credere di poter arrivare al cielo, finché non smetti di fare tutto il possibile, lo diventano.

Quindi, io voglio volare. E se c’è una volontà in fondo ci dev’essere una via. Potrei seguire i falchi, potrebbe funzionare?

Sì sì, imparerò a volare, anche se dei cacciatori potrebbero scambiarmi per un uccello e spararmi alle ali facendomi schiantare contro la Realtà.

Riuscirò a volare anche dovessi abbandonare il mio bel nido amorevole pieno di calore, confondermi con i falchi e spaventare i passeri.

Oggi voglio volare, camminare ondeggiando verso un dirupo e tuffarmi a capofitto nel Mare della Fantasia. Sfiorare le onde, seguire il corso del fiume gelido nella tundra, sorvolare orsi polari e pesci rilucenti.

Giù dal precipizio, allargando le mie alette di smoking,

s

l

t

o

             nel

                                                           v    e      n       t         o

 

 

e cado. 

Forse i pinguini non sono destinati a volare, dopotutto. Ma ci riproverò domani.

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